LE CASE DEL MALCONTENTO Di Sacha Naspini Ed. e/o

LE CASE DEL MALCONTENTO

Di Sacha Naspini

Ed. e/o

 

 

Le Case è un posto che ti chiude l’anima.

Le Case è un cuore nero piantato in mezzo al pancione di Maremma,

che si traveste piena di sogni

e dopo te lo ficca nel didietro a brutto muso.

 

Quando si ha la capacità di scrivere come Sacha Naspini, bisogna anche assumersi la responsabilità di lasciare un grande vuoto nel lettore che legge le ultime righe del suo ultimo lavoro: Le case del malcontento.

Questo perché arrivati al punto finale è impossibile sollevare lo sguardo senza chiedersi: “E ora?”

La scrittura di Naspini rapisce e non lascia più andare, una specie di sequestro del lettore.

Quando poi la pagina successiva è bianca e il “sequestrato” torna alla realtà, esso non è più lo stesso; capita quindi di ritornare ai primi capitoli, perchè Le Case non ti permette di andar via.

Le case del malcontento graffiano e le cicatrici che lasciano portano i nomi dei protagonisti di quella che non riusciamo a definire se storia o favola: Adele, Filippo, Samuele, Giovanna, Sonia, Adelaide…

I capitoli si rincorrono e i rimandi continui non permettono al lettore di rilassarsi, la suspence è dietro ogni pagina.

È vero infatti che la lettura di questo originalissimo romanzo non è una tranquilla passeggiata, al contrario una salita dura e accidentata.

Arrivati poi alla cima, già siamo consapevoli che un lieto fine non ci sarà, Sacha Naspini ha in riservo per noi un finale al cardioplama: un baratro nero e implacabile che tutto inghiottirà.

A Le Case tutti sono innocenti e nessuno lo è; ognuno di loro sarà vittima e carnefice…

 

Le Case è un mostro che ingrassa ad ogni respiro,

e allora io ne spengo uno per volta,

fino all’ultimo,

che sarà il mio.

 

Le case del malcontento è un romanzo corale, dove si ama, si uccide, si odia, si vendono figli, si ruba; un viaggio nei meandri più oscuri dell’animo umano che non concede sconti a nessuno.

La Maremma toscana prende vita  dallo stile tagliente, profondo ma mai banale di uno scrittore che, mi auspico, farà molto parlare di sé e continuerà a travolgerci piacevolmente nelle sue storie.

 

 

SINOSSI

 

Le Case è un borgo nell’entroterra toscano, un paese morente dove gli ultimi abitanti trascinano le loro stanche vite. Un posto dove i giorni sono sempre uguali nel susseguirsi di buongiorno e buonasera all’apparenza cordiali ma, nella sostanza, mai sinceri.

Fino al giorno in cui la piccola comunità viene sconvolta dal ritorno improvviso di Samuele Radi, nato e cresciuto nel borgo vecchio e poi fuggito nel mondo.

Il suo ritorno a casa dà vita alla storia di questo paese dove ognuno è dato in pasto al suo destino.

 

 

 

 




Un amore di Dino Buzzati

UN AMORE

di Dino Buzzati

Ed. Oscar Mondadori

 

 

Oggi, 28 gennaio 2022, sono 50 anni dalla morte di Dino Buzzati, uno dei nostri più illustri scrittori, mi sembra doveroso rendergli un piccolo omaggio.

Una penna attuale e quasi magica la sua, che percorre strade di montagna, trincee di guerra, amori tragici senza tralasciare il mondo dell’improbabile che diventa possibile.

Dino Buzzati fu giornalista per desiderio della famiglia e con i suoi reportage e le sue critiche artistiche si fece conoscere in moltissimi Paesi; ma fu anche e soprattutto scrittore per passione, definito da molti come il “Kafka italiano”.

Un amore è un romanzo erotico, con spunti autobiografici, pubblicato nel 1963 e incentrato su una tormentata storia sentimentale.

Storia, quella qui narrata, apparentemente banale dell’innamoramento di un maturo e stimato professionista per una ragazzina che per arrotondare le sue entrate, si prostituisce.

Quando il romanzo uscì, Buzzati venne criticato per aver scritto un’opera con il solo fine di ottenere un facile successo e un sicuro guadagno.

Un amore è invece l’indimenticabile  racconto della perdizione del protagonista che si innamora, anzi si ammala d’amore sullo sfondo di una Milano grigia e cupa.

 

Più di una volta, aveva constatato l’ incredibile potenza dell’amore, capace di riannodare, con infinita sagacia e pazienza, attraverso vertiginose catene di apparenti casi, due sottilissimi fili che si erano persi nella confusione della vita, da un capo all’altro del mondo.

 

Il destino è una costante negli scritti di Buzzati, romanzi o racconti che siano; il destino è onnipotente e beffardo e impescrutabile. Ed è proprio in quest’ottica che viene descritto anche il rapporto amoroso tra Antonio e Laide, opposti non solo nel genere ma anche nel rapportarsi uno con l’altro.

Uno stile quello del nostro immortale autore, lineare ma tumultuoso, elegante e tossico allo stesso tempo; non concede via di scampo al lettore che legge.

 

L’amore è vita, ma anche disgrazia.

 

Per finire vorrei fare un piccolo accenno anche ai racconti: ho conosciuto Buzzati proprio con gli scritti brevi, in cui la sua abilità di entrare nel fantastico, dove l’impossibile è reso reale, è all’ennesima potenza. Non posso dimenticare Sette Piani, I topi, Ombra del sud, Eppure battono alla porta, Sciopero dei telefoni e tanti altri.

Dino Buzzati fù una persona eclettica che si sentì a proprio agio non solo nelle vesti di giornalista e scrittore, ma anche in quelle di pittore e di compositore di opere teatrali delle quali curò anche scenografie e costumi.

Al termine della lettura mi è tornato in mente un altro romanzo erotico di fama, in cui però l’uomo maturo non è succube come Dorigo della sua amante bambina, ma è al contrario un despota ossessionato dalla sua ninfetta, verso la quale nutre una passione malata che non conosce limiti né pietà.

 

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.

Mio peccato, anima mia.

V. Nabokov

 

SINOSSI

 

In una Milano simbolo della Babele di ogni tempo si muove il protagonista di Un amore: Dorigo, maturo professionista ingenuo e illuso riguardo all’amore, cade e rimane inesorabilmente avvinghiato nella passione verso Laide, giovanissima ma già spregiuducata e avvezza a trattare con uomini molto più grandi di lei.

Un romanzo erotico dove si indaga sulle inquietitudini dell’uomo descrivendo la parabola discendente di un amore vero che sconfinerà nel tormento e nella malattia.

 

 

 

 

 




LE SANTE DELLO SCANDALO di Erri De Luca

LE SANTE DELLO SCANDALO

di Erri De Luca

Ed. Giuntina

 

 

Quando si pronuncia la parola santo o santa, abbiamo davanti agli occhi figure eteree con colori tenui e quella splendente luce intorno alla testa comunemente chiamata aureola.

Ci prefiguriamo esseri immacolati e puri, pazienti, al limite un po’ noiosi, con dei pregi al di fuori della norma, lontani anni luce da noi comuni mortali.

Le sante dello scandalo che ci presenta Erri De Luca sono tutt’altro, sono donne vere, dai contorni decisi, donne eccezionali con vite da combattenti.

Se pensiamo poi, che queste a noi raccontate, sono storie di donne ebraiche, le 60 pagine che abbiamo davanti aumentano di peso a livello esponenziale.

Donna o ancor meglio femmina, in ebraico vuol dire incisione, fessura, da dove esce la vita; questo è il suo unico, esclusivo dovere.

Le  cinque sante di De Luca, sono invece, molto di più…

 

La prima si vestì da prostituta per offrirsi all’uomo desiderato.

La seconda era prostituta di mestiere e tradì il suo popolo.

La terza si infilò di notte sotto le coperte di un ricco vedovo e si fece sposare.

La quarta fu adultera, tradì il marito che venne fatto uccidere dal suo amante.

L’ultima restò incinta prima delle nozze e il figlio non era dello sposo.

 

Erri De Luca ha una scrittura liscia ma profonda, ci avvicina a chi ora è santo ma in vita non lo era, crea esseri veri e vivi. Rende omaggio a cinque donne coraggiose, in modo umile e ammirato.

Sono donne che fanno parte della  storia, che hanno fatto la storia; con le loro vite inevitabilmente dedicate ad un uomo, ci insegnano che l’asservimento non è indispensabile per una moglie, un’ amante, una compagna.

Tamàr, Rahav, Rut, Betsabea, Miriam in poche pagine ci liberano dai preconcetti e dai pregiudizi, vanno contro le regole e sacrificano la loro eccezione.

Credo che questi cinque brevi racconti di vita abbiano un solo difetto: finiscono troppo presto, dopo aver chiuso questo libricino tra le mani, di sicuro rimaniamo con il desiderio non esaudito completamente, di volerne sapere di più.

Ma questo in effetti non è un romanzo, è una raccolta di racconti e la caratteristica dei racconti è proprio che alla fine ci chiediamo: “Dopo cosa succederà?”

 

 

SINOSSI

 

Quasi impossibile riassumere ciò che è già essenziale di suo.

Vi lascio alle parole dell’autore:

 

“Cinque donne stanno nell’elenco maschile delle generazioni tra Abramo e Ieshu.

Cinque casi unici forzano la legge, confondono gli uomini e impongono eccezioni.

Le donne qui fanno saltare il banco, riempite di grazia che in loro diventa forza di combattimento”.

Erri De Luca




SOSTIENE PEREIRA Di Antonio Tabucchi Ed. Feltrinelli

SOSTIENE PEREIRA

Di Antonio Tabucchi

Ed. Feltrinelli

 

 

Era il venticinque luglio millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira

 

“Ma chi è Pereira?” mi chiedo subito, appena lette le prime frasi. Ho un senso di disappunto mentre immagino quest’uomo pingue ed indolente, sudato e affannato, che scrive pagine di cultura in una stanzetta squallida. Non riesco a capacitarmelo nelle vesti del responsabile della pagina culturale di un giornale importante come il Lisboa. Lo vedo lì alla scrivania, con i fogli sparpagliati dall’aria smossa di un ventilatore, che traduce meccanicamente racconti di autori francesi. Un uomo solo che a casa parla con la fotografia della moglie morta di tubercolosi, e che mi risulta quasi antipatico.

Poi quel verbo, sostiene, ripetuto incessantemente; lo ritrovo più volte nella stessa pagina, mi infastidisce all’inizio, le mie reminiscenze scolastiche mi ricordano che le ripetizioni in un testo non vanno bene.

Ma la magia di questo romanzo è proprio in questa parola, perché ad un certo punto ecco che la cerco, la aspetto, sorrido quando compare. Una semplice parola che è testimonianza di aver fatto la scelta giusta.

Perché di scelta si parla quando poi Pereira viene edotto dal proprio dottore sull’esistenza di una confraternita di anime.

 

… quella che viene chiamata la norma, o nostro essere, o la normalità, è solo un risultato, non una premessa, e dipende dal controllo di un io egemone, che si è imposto sulla confederazione delle nostre anime; nel caso che sorga un altro io, più forte e più potente, codesto io spodesta l’io egemone e ne prende il posto, passando a dirigere la corte delle anime…

 

L’io egemone che sembra governare la nostra esistenza viene soppiantato da un nuovo io, che non conoscevamo, che forse  volevamo fuggire.

Con parole semplici Tabucchi ci fa capire come ad un certo punto della nostra esistenza un altro io emerge, grazie ad accadimento o un incontro, un io che distacca Pereira dal suo passato e lo proietta in un futuro di ribellione e libertà.

le parole di questo libro ci spingono a meditare, a riflettere, a capire che ogni stagione è quella giusta per rinascere.

I personaggi che fanno da contorno a Pereira gli creano un’aura particolare: le portiere che scandiscono con la loro presenza le sue giornate, Monteiro Rossi e Marta che mettono in discussione il suo attaccamento al passato e il suo voler essere neutro rispetto tutto ciò che gli sta accadendo intorno.

La trasformazione di un uomo codardo in uomo coraggioso, da una persona inoffensiva ad una che infligge un duro colpo alla censura e all’oppressione di un regime totalitario: Pereira è l’antieroe per eccellenza che stravolge tutte le sue convinzioni per la difesa della libertà e della giustizia.

Il finale è degno di una penna coinvolgente che cattura, trascina e appassiona il lettore in ognuna di queste 196 incredibili pagine.

Per un’altra volta, anche con questo romanzo, faccio fatica a chiuderlo e riporlo in libreria.

 

La filosofia sembra che si occupi solo della verità ma forse dice solo fantasie e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie ma forse dice la verità.

 

 

SINOSSI 

Nella Lisbona del 1938, un vecchio giornalista che ha deciso di non occuparsi più di politica, incontra un giovane sovversivo che gli cambia la vita.

Solo due righe per non togliervi il piacere di leggere questo capolavoro.

 

 




ACCABADORA di Michela Murgia Ed. Einaudi

ACCABADORA

Di Michela Murgia

Ed. Einaudi

Fillus de anima.

È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.

Un incipit così causa soltanto una reazione: prendi il libro in mano, e non lo lasci finchè non lo finisci.

Michela Murgia ti trascina in un mondo che la maggior parte di noi non conosce, fai quasi fatica a leggere i nomi dei protagonisti, a comprendere quel linguaggio che sembra provenire da una terra lontana.

Eppure con una scrittura limpida l’autrice ti catapulta dentro una piccola comunità, poche le persone che la compongono, ancor meno le parole che essi scambiano tra loro. Consuetudini di gesti e sguardi che esprimono più di tante parole.

Un romanzo “sussurrato” perché fatto di gente che parla poco e piano, perché affronta un tema delicato e doloroso come la malattia terminale e la richiesta di una morte assistita.

 

Io sono stata l’ultima madre che alcuni hanno visto.

 

In un posto quasi senza tempo, dove la tradizione e gli antichi rituali la fanno da padrone, tutti conoscono l’accabadora, e tutti sanno. Ma, sotto lo scialle nero, non c’è solo una donna che assiste coloro che stanno per morire, sotto quelle frange c’è una madre che la natura ha impedito che fosse.

Il  rapporto tra Maria e Tzia Bonaria Urrai è strettissimo, più di un legame di sangue, nonostante ciò,  “…in tredici anni che vissero insieme, nemmeno una volta Maria la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa”.

Ad un certo punto quel legame sembra spezzarsi, Maria non accetta l’accabadora, la condanna, la rifugge, ma tornerà e capirà, la Bonaria l’aveva avvisata.

 

-Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata –

 

 

Il libro finisce, e all’ultima pagina già so che lo rileggerò perché Maria e Bonaria non sono due personaggi che ti lasciano andare tanto facilmente.

 

 

SINOSSI

 

Maria e Tzia Bonaria vivono come mamma e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte. La vecchia sarta ha visto Maria rubacchiare in un negozio, e siccome nessuno la guardava, ha pensato di prenderla con sé, perché “le colpe, come le persone, iniziano a esistere se qualcuno se ne accorge”. E adesso ha molto da insegnare a quella bambina cocciuta e sola: come cucire le asole, come armarsi per le guerre che l’aspettano, ma soprattutto come imparare l’umiltà di accogliere sia la vita che la morte.

 

 




LE PORTATRICI CARNICHE

FIORE DI ROCCIA

Di Ilaria Tuti

Ed. Longanesi

Il fondo della copertina di questo romanzo è di un bianco che abbaglia, ma quello che colpisce di più è la figura femminile in primo piano: una donna con un bastone, una gonna lunga e ampia, e sulle spalle una cesta anzi, una gerla. Un’immagine carica di simboli: la gonna per la femminilità, il bastone per la forza e la gerla per la generosità.

Il romanzo di Ilaria Tuti è un inno, un rendere doveroso omaggio a delle donne di cui poco o niente si sa: le portatrici carniche. Delle eroine che durante la prima guerra mondiale hanno salito più volte le montagne della Carnia per portare cibo e affetto ai nostri soldati che quelle cime difendevano dall’invasore.

 

E’ questo che siete.

Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna.

Aggrappati al bisogno, sospetto, di tenerci in vita.

 

Lo stile con cui l’autrice ci tiene incollati al dipanarsi della storia, è carico di descrizioni di luoghi e di sentimenti. Una scrittura forte ma delicata come una stella alpina, la cui grazia nasconde un’immensa forza di volontà che l’aiuta a nascere e crescere sulla roccia più dura.

Ogni tanto un capitolo in corsivo, capitoli che aprono e chiudono parentesi; un altro punto di vista, un’altra prospettiva, un’altra epoca.

Fiore di roccia ci parla dello sconfinato amore per la propria terra di gente umile ma dura, segnata dalle privazioni, dal freddo, dalle asperità di un ambiente che ben poco concede.

Tutti gli uomini in forza sono partiti per la guerra, lasciando donne, bambini e vecchi a combattere per la sopravvivenza in mezzo ad una natura tanto bella quanto ostile.

Ma le donne della Carnia sono donne forti, non si spaventano facilmente e non si tirano indietro quando viene chiesto loro di partecipare attivamente al conflitto. Senza indugio si mettono le gerle sulle spalle, le riempiono di cibo, armi e medicinali; con le scarpe di stoffa che si aggrappano alle rocce, intonano canzoni e salgono a portare aiuto e speranza ai soldati. Mentre leggiamo, quasi ci sembra di sentirle quelle donne coraggiose che cantano su per la montagna e che smettono di respirare all’improvviso per paura dei cecchini. Nascosti in montagna ci sono degli assassini, mimetizzati nella natura, che sparano per uccidere, un soldato o una donna di paese; sono gli ordini e loro li eseguono.

Scorriamo pagine intrise di coraggio, amore, guerra, sacrificio e morte, ma quello che alla fine della lettura rimane è un attaccamento fortissimo alla vita; l’autrice lo definisce con una sola parola: Umanità .

 

L’uomo è una creatura così bizzarra, ama e distrugge, riedifica e sopravvive. L’amore è vita, la vita è un vento che non comprende barriere di filo spinato, né fossati profondi quanto mari.

La sua natura è espandersi.

 

SINOSSI

 

Agata e le altre vivono a Timau, insieme ai bambini, ai vecchi e agli infermi; gli uomini sono tutti in guerra. La sua giornata è scandita dall’assistenza al padre morente, dalla cura delle capre, dal tentativo di coltivare un terreno duro e poco generoso. Finchè un giorno, il parroco chiede l’aiuto delle donne per portare rifornimenti di cibo e armi ai soldati asserragliati in cima alla montagna. Da quel momento le donne del paese da spettatrici inermi di un conflitto che miete vite, diventano parte attiva di una guerra che sembra non finire mai e che aggiunge dolore alla loro già faticosa esistenza. Ma le Portatrici, dimostrano una forza e una caparbietà incredibile, loro sono Fiori di roccia.




Una donna di Sibilla Aleramo

Uno dei primi libri sul femminismo apparso in Italia

Lessi il romanzo Una donna di Sibilla Aleramo nel 1977, in concomitanza con l’uscita dello sceneggiato televisivo trasmesso su Rai1 in 6 puntate dal 16 ottobre al 20 novembre.
La protagonista fu interpretata dalla giovanissima Giuliana De Sio. Mi ricordo perfettamente quello sceneggiato perché chiesi e ottenni di leggere il libro e la data riportata sulla dedica che mi feci, è testimone di quanti anni ha la mia copia di Una donna: «Lottare sempre per la libertà della donna»

 

 

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Il romanzo fu pubblicato la prima volta nel 1906 ottenendo immediatamente un grande successo. È autobiografico e racconta la storia di Sibilla Aleramo da quando era solo una fanciulla fino all’età adulta.

Sibilla Aleramo ebbe un’infanzia belle e vivace bella nel primo periodo della sua vita ma fu costretta ad affrontare diversi drammi nell’età adulta. Il tentato suicidio e il successivo ricovero in una casa di cura della madre; la scoperta di una relazione extraconiugale del padre; la violenza sessuale subita e infine un matrimonio senza alcuna gioia dove i maltrattamenti sono, purtroppo, all’ordine del giorno e che neanche la nascita di un figlio riesce a placare.

Questi diversi eventi misero Sibilla di fronte alla consapevolezza di essere lei e soltanto lei la persona in grado di rivendicare la propria dignità. La sua energia e caparbietà la portano a riflettere sulla donna non solo come custode d’amore e maternità ma come un essere pensante e con una propria dignità. Ed ecco da dove scaturisce l’identificazione di Una donna come primo libro femminista.

Rilevante anche il particolare di come nel testo non appaia mai il nome del figlio, un figlio che lei stessa abbandonerà ma verso il quale sono dedicate parecchie pagine del romanzo.

«Un giorno avrà vent’anni. Partirà, allora, alla ventura, a cercare sua madre? O avrà già un’altra immagine femminile in cuore? Non sentirà allora che le mie braccia si tenderanno a lui nella lontananza, e che lo chiamerò, lo chiamerò per nome?»

Subilla è la figura di una donna forte, libera interiormente, che assorbe e combatte la falsa moralità, l’ipocrisia e le consuetudini dell’epoca e la scrittura ottocentesca del romanzo non deve allontanarci dalla grandezza e vivacità dell’autrice. Probabilmente siamo abituati ad uno stile di scrittura diverso, ma se scegliamo di immergerci nella lettura di Una donna, ci rendiamo conto di quanto grande sia stato il suo coraggio e la sua determinazione.

Una donna è un libro che tutte le donne dovrebbero leggere per comprendere davvero quante conquiste sono state raggiunte ma anche quante sono ancora da conquistare affinché l’uguaglianza di genere venga messa al primo posto per poter davvero dichiarare di vivere in una società civile.




Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci

Struggente monologo di Oriana Fallaci

 

Il libro Lettera a un bambino mai nato è stato pubblicato la prima volta nel 1975 riscuotendo immediatamente un grande successo e non solo per la fama di Oriana Fallaci ma soprattutto per il tema caldissimo in quegli anni sulla legalizzazione dell’aborto che si tramuterà da reato in diritto nel 1978 con la legge 194.

 

Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì c’eri. Esistevi.

 

Un incipit difficile da dimenticare che traccia sin dalle sue battute la magia del dialogo di una donna al suo bambino.

Il dibattito rivela tutti i dubbi e le incertezza di una donna che, inizialmente, vive come ingombrante questa nuova vita che si è insinuata in lei ma che, andando avanti, ama e desidera con sempre maggiore attaccamento.

L’esito finale del libro è esplicito già dal titolo e leggendo Lettera a un bambino mai nato non è il finale che si cerca bensì quell’introspezione che porta la donna a chiedersi quale diritto abbia lei di mettere al mondo un essere umano in un mondo cattivo, carico di odio e disparità, un mondo fatto di guerra e di lotte continue, un mondo dove essere donna significa iniziare con un passo indietro rispetto agli uomini, dove ogni essere umano è costretto a lottare con le unghie e con i denti per difendersi dagli altri essere umani.

Se in alcune pagine sembra parlare come una donna priva di alcun senso materno in altre dimostrando di avere una visione della maternità moderna e all’avanguardia rispetto agli anni in cui ha scritto il libro.

È un libro forte, a volte cinico, e la Fallaci ci regala pagine struggenti. È una donna libera e coraggiosa che scrive come madre libera e coraggiosa perché i figli, in fondo, non sono i nostri; i figli ci accompagnano per la vita e non è madre colei che lo partorisce ma colei o colui che lo cresce con quello spirito libero e coraggioso affinché il bambino possa affrontare al meglio le sfide della vita.

Lessi la prima volta Lettera a un bambino mai nato che ero giovanissima e ne rimasi affascinata. L’ho riletto ora, oltre trent’anni dopo e con una figlia grande, e le sensazioni sono state più intense per una maggiore consapevolezza verso i timori e le gioie vissute dalla protagonista e, sicuramente, con un occhio meno critico e più indulgente al suo monologo di donna.

Lettera a un bambino mai nato è un libro di sole 100 pagine che offre momenti di riflessione che vi faranno commuovere, sorridere, pensare e che vi confermeranno come sia bellissimo poter dare la vita. Perché la vita, nel bene e nel male, è meravigliosa.

 

Ma il niente è da preferire al soffrire? Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente.




La strada che va in città di Natalia Ginzburg

Primo romanzo breve di Natalia Ginzburg

La strada che va in città è stato pubblicato per la prima volta nel 1942 con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, e scritto nel periodo in cui Natalia Ginzburg ha seguito il marito Leone Ginzburg al confino in Abruzzo per motivi politici.

È un romanzo breve e traccia già i temi cari alla Ginzburg che si ritroveranno nei libri successivi e in Lessico famigliare, il libro per il quale vinse il Premio Strega nel 1963: la famiglia con le incomprensioni e i dissidi; le differenze sociali e il desiderio di scalare uno status sociale; le grandi disparità tra campagna e città; l’irrequietezza interiore del personaggio femminile.

Ne La strada che va in città la scrittura asciutta è priva di fronzoli, imperniata su dialoghi scarni, diretti e veloci che, nella loro essenza, riescono a tratteggiare l’animo dei protagonisti con tale maestria da percepire in modo tangibile la disarmante e cruda realtà.

 

La storia è quella di Delia: giovane diciassettenne che vive in campagna, a qualche chilometro dalla città che lei raggiunge quasi ogni giorno percorrendo a piedi la strada che va in città ed è talmente insofferente all’ambiente familiare da dichiarare con estrema serenità di odiarla:

Si dice che una casa dove ci sono molti figli è allegra, ma io non trovavo niente di allegro nella nostra casa.
Speravo di sposarmi presto e di andarmene come aveva fatto Azalea […]

Odiavo la nostra casa. Odiavo la minestra verde e amara che mia madre ci metteva davanti ogni sera e odiavo mia madre.
Avrei avuto vergogna di lei se l’avessi incontrata in città.

Delia desidera cambiare la propria vita e crede di poterlo fare con un buon matrimonio, ma è una figura femminile che vive lontana da tutto ciò che la circonda, quasi priva di sentimenti, non riuscendo a lasciarsi andare né alla gioia e né al dolore; una giovane donna confusa, circondata da un’apatia imbarazzante la quale, anche quando riesce a raggiungere un diverso status sociale sposando il figlio del medico della città, non riesce ad esserne felice.

Sembra essere una donna priva di strumenti; percepisce la possibilità di essere felice, soddisfatta e appagata in un orizzonte lontano ma non conosce come fare affinché ciò possa accadere e si dondola nel suo quotidiano priva di speranza.

 

Ho amato molto la figura di Delia. Mi sono immaginata quante donne abbiano vissuto e sognato una vita diversa in un periodo in cui la donna non era altro che il focolare della casa, buona soltanto a mettere al mondo dei figli e, nella migliore delle ipotesi, quell’oggetto da esibire accanto all’uomo di successo

La disarmante freschezza della scrittura della Ginzburg ci porta nell’atmosfera del mondo femminile, dei loro drammi, delle aspettative, dei sogni e delle delusioni lasciandomi immaginare quanto abbiano patito e lottato al punto che vorrei, metaforicamente, abbracciarle tutte.

 




Maternità e Abruzzo: leitmotiv di Donatella Di Pietrantonio

La scrittura nuova, schietta e coinvolgente di Di Pietrantonio.

Donatella Di Pietrantonio vive a Penne, in Abruzzo dove svolge la sua professione primaria di odontoiatra pediatrico ma è conosciuta nel mondo dell’editoria per il grande successo di critica ricevuto con i tre libri pubblicati, l’ultimo dei quali L’Arminuta, edito da Einaudi le è valso il premio Campiello 2017. Gli altri suoi due romanzi sono Mia madre è un fiume del 2011 edito da Elliotedizioni e Bella Mia edito nel 2013 sempre di Einaudi.

Ho scoperto questa scrittrice per caso l’estate scorsa. Navigavo su Instagram quando rimasi colpita dal volto enigmatico di una donna fotografa in bianco e nero che volgeva uno sguardo profondo e intenso verso un punto lontano; la curiosità di sapere cosa stesse pensando e osservando mi ha aperto le porte del mondo raccontato da Donatella Di Pietrantonio.

Un mondo dove la terra nativa, l’amato Abruzzo, è onnipresente come reale protagonista, con le sue tradizioni, i suoi dialetti, le credenze popolari e la sua energia vitale e testarda ma è anche un mondo dove il significato della maternità diviene il filo conduttore capace di prendere per mano il lettore sin dalle prime pagine.

Una scrittura delicata, poetica e a tratti cruda e crudele che ci racconta le diverse angolazioni del significato di maternità. Se in Bella Mia la protagonista Caterina, dopo la tragica perdita della sorella gemella nel terremoto dell’Aquila, si vede costretta suo malgrado a fare da madre al nipote rimasto semi orfano, in L’Arminuta, (in dialetto La ritornata) troviamo la maternità vista dagli occhi di una bambina di tredici anni che da un giorno all’altro scopre di non essere la figlia delle persone con cui è crescita e si trova restituita alla sua vera famiglia. Situazione che la farà sentire orfana di due madri viventi.

Questo aspetto della maternità si apre sin dal suo primo romanzo Mia madre è un fiume, dove l’io narrante è la figlia che tiene per mano la madre affetta da una malattia che le toglie la memoria e in quel suo prendersi cura di lei emerge un rapporto di odio e amore celato da tempo.

Madre. Figlia. Sorella. Diverse angolazioni per far emergere il difficile rapporto tra madre e figlio attraverso una capacità di scrittura che, spesso, diventa poetica, riuscendo a svelare il pensiero più intimista del protagonista tanto da indurre il lettore a fermarsi per riflettere, considerare, soppesare.

La bravura di Di Pietrantonio è proprio quella di avvicinare ai conflitti generazionali con tale maestria da commuovere e arricchire nello stesso tempo e, anche quando le storie portano con sé perdite e lutti, emerge sempre una grande energia vitale che affonda le radici nel passato per proiettarle nel futuro.

 

«Mi sono seduta per terra, con il mento sulle ginocchia. Gli occhi mi bruciavano nello sforzo di contenere le lacrime. Lei è rimasta in piedi, con il cesto pieno appeso a un braccio.

Doveva essere mezzogiorno, sudava in silenzio. Non è riuscita a muovere l’unico passo che ci separava dalla consolazione.» tratto da L’Arminuta.




“Fatti non foste a viver come bruti”

750 anni dopo la nascita di Dante Alighieri

750 anni fa nasceva uno dei capisaldi della letteratura italiana, unico ed inimitabile: Dante Alighieri. Quest’anno ricordiamo il suo anniversario di nascita tramite eventi organizzati in tutta Italia. Nonostante siano passati così tanti secoli da quell’epoca così distante a noi quale è il Medioevo, ritroviamo ancora temi di grandissima attualità all’interno delle sue opere.

Dante è sempre stato un uomo di cultura e non solo: era appassionato di politica, innamorato della filosofia e un uomo esiliato e condannato. Egli fu uno dei primi ad interessarsi allo studio della lingua e dei dialetti, definendo anche l’italiano che parliamo oggi. Fu il creatore della famosa “donna angelo” e il primo a coniare i termini “bello stilo” e “stilnovismo”, corrente letteraria di cui lui stesso sarà uno dei massimi esponenti. Fu anche un uomo di Chiesa, ma capace di condannare gli stessi papi che hanno abusato del loro potere.

Superbo, insicuro, combattuto. Insomma, fu un uomo in ogni senso e visse una vita tormentata, tra passione e dolore. Nella sua più grande opera, Dante esprime se stesso, la sua evoluzione e ascensione.Analizza l’amore lussurioso, provocato dalla stessa letteratura, definendolo primordiale e peccaminoso. Amore che si contrappone a quello spirituale e di elevazione. Condanna anche se stesso, mettendosi così in discussione. Condanna i corrotti, i politici e gli ecclesiastici.

Ecco come magicamente tutto si ricollega in quelle pagine, capaci di farci scorgere i fili conduttori che collegano la storia, tutta la storia, letteraria e non. Per questo motivo ci sentiamo tanto coinvolti nelle celebri terzine della “Divina Commedia”: possiamo rivederci ed identificarci in esse. Oggi forse più che mai, un passo in particolare ci coinvolge maggiormente, ossia quello del canto XXVI dell’inferno. Le parole di Ulisse, il cui spirito arde nella bolgia dei consiglieri fraudolenti, sono così d’impatto tanto da non poter essere mai dimenticate. Perché nella vita ci vuole curiosità, ci vuole passione, ci vuole coraggio. Bisogna viaggiare, conoscere e avere sete di sapere. Bisogna avere uno sguardo capace di puntare più in là dell’orizzonte, ma al contempo bisogna essere consapevoli dei propri limiti.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza