LE TRACCE SUL VETRO di Cristina Cortelletti

Le tracce sul vetro

di Cristina Cortelletti

tratto da Voci Nuove 6

a cura di Daniele Falcioni

ed. Rapsodia

 

Non è mai piovuto così tanto a settembre, pensò Vincent fissando, dalla finestra della cucina, la fermata dell’autobus sul lato opposto della strada. Tutti i giorni, da sempre, alle 19:00 passava l’ultima corsa. “Accidenti, proprio oggi!” esclamò. La pioggia peggiorava il suo già altalenante umore, non doveva perdere di vista l’obiettivo, stavolta ce l’avrebbe fatta e Martin non sarebbe arrivato in tempo. Il sottofondo musicale trasmesso dalla emittente radiofonica, sulla quale si era sintonizzato dallamattina, gli teneva compagnia mentre osservava l’umida foschia pomeridiana che offuscava il paesaggio e intensificava il dolore alla sua stramaledetta gamba. Sobbalzò quando suonarono alla porta. Deve essere Jennifer con la terapia, pensò. Diede un’occhiata all’orologio: le 18:25. Era ancora presto per le medicine. Non andò ad aprire, tutto sarebbe andato secondo i piani. La sua attenzione fu richiamata dal ticchettio della pioggia che, frustando i vetri da ore, lo stava irritando.

Non si sorprese quando, appoggiando il dito sulla superficie del vetro, iniziò a seguire le tracce irregolari delle gocce che scendevano, una cosa che faceva quando era piccolo e gli sembrava di essere un esploratore a caccia di un codice cifrato. Con il dito tracciava linee virtuali che univano gocce, rivoli e chiazze, fino al palesarsi di una visione che siglava con l’iniziale del suo nome.

Ritornò improvvisamente in sé al rumore sordo dei colpi alla porta, in simultanea con la voce che gridava: “Martin! Martin! Apri la porta!”

“Andate via, andate via!” urlò. “Oggi no… voglio stare solo!” disse Vincent.
Il chiarore che entrava dalla finestra illuminava fiocamente il termosifone sulla parete di fronte. Vincent guardò distrattamente i calzettoni stesi lì sopra ad asciugare, gettati malamente, spaiati e stropicciati; non ricordava neanche di averceli messi, rispecchiavano perfettamente la sua vita disordinata e caotica.
Fremeva, ancora un po’ di pazienza e tutto sarebbe passato.

Per tutta la mattina Martin era stato alle prese con il televisore e poi con la sostituzione della lampadina del lume, poi con la preparazione del pranzo e infine con le scartoffie da riordinare. Martin era il suo punto di riferimento: negli ultimi tempi avevano condiviso ogni accadimento delle loro vite. Vincent, in poche parole, dipendeva da lui.

Condividevano da due anni quella che era stata la casa dei loro avi, una piccola dimora a mattoncini rossi con le finestre bianchesituata in una zona isolata nella periferia del paese, tipica della contea di West Midlands. “Rifugio e capanna, riferimento e radice”. Così diceva Martin, e in quanto tale andava difesa. Martin era conosciuto da tutti nel quartiere, lo chiamavano “l’insegnante degli ultimi”, ovverogli abitanti del quartiere più isolato e meno abitato di Rednal.

Vincent era arrivato all’improvviso, disperato e vulnerabile, e Martin dal principio aveva cercato di gestire le sue manie e gli sbalzi di umore con i farmaci. Ma nessuna terapia era riuscita nell’arduo compito di sollevarlo dai momenti di follia. Decise così di vivere in simbiosi con lui, senza più separarsene. Vincent adorava quella casa e soprattutto Martin, ammirava la sua tenacia, la forza, l’ottimismo e la gioia con la quale affrontava la quotidianità. Soprattutto, adorava la sua disponibilità incondizionata e senza pretese per chiunque. Avrebbe voluto essere lui, Martin. Una volta lo era stato, in effetti: prima di diventare un povero storpio e scemo.

Nella testa i rumori si mescolavano, rimbombavano, si espandevano a comprimere il cervello, fino a che Vincent si augurava che esplodessero le membrane per farli uscire da ogni possibile orifizio.
Il rumore metallico della chiave nella toppa lo distolse dall’ansia che lo attanagliava. Nel voltarsi riconobbe il familiare riflesso che balenò sul vetro della finestra, sorrise. Mordendosi il labbro inferiore cercò un nascondiglio, proprio come quelli nei quali si rifugiano i bambini quando giocano o quando sono impauriti, o come quelli sempre più reconditi che, da tempo, anche le sue emozioni scovavano e ne facevano una tana.In quei nascondigli si abbandonava e aspettava che Martin lo trovasse e si prendesse cura di lui. Ma non oggi.

Improvvisamente la porta sbatté. “Maledizione, troppo presto” sussurrò. “Sei già tornato?” chiese Vincent. Ma non ebbe risposta. Erano le 18:35. Per andare verso l’ingresso dalla cucina bisognava attraversare un lungo e stretto corridoio semibuio. Non c’erano fonti di luce artificiale, e inoltre il corridoio era reso ancora più angusto da due grandi poster speculari appesi alle pareti. Le riempivano per tutta la loro lunghezza, interrotti solamente dalle due porte delle camere da letto, rivestite di carta da parati. Martin le teneva sempre chiuse per suscitare il forte impatto visivo creato dalle stampe in stile neoplastico. Le geometrie in bianco e nero riempivano il vano, infinite forme si susseguivano ad oltranza originandone altre man mano che lo si attraversava: pareva di essere in un caleidoscopio, all’interno del quale Vincent tentennò un attimo prima di avventurarsi. Nonostante condividesse questa stranezza di Martin, infatti, ogni volta che lo attraversava veniva sopraffatto dall’inquietudine. Un effetto allucinante, che lo destabilizzava e confondeva.Aveva smesso di porsi interrogativi sui gusti di Martin da quando si era convinto che, più che uno stile d’arredo, quei decori fossero una strategia a scopo terapeutico.

Devo evitare di fissare le pareti per non restare ipnotizzato, pensò, poi si concentrò sulla lampada di stoffa nera, unica fonte luminosa alla fine del lungo corridoio, e si incamminò. Lo strusciamento pesante e prolungato della ciabatta sul pavimento echeggiava in tutta la casa. Costretto alla lentezza dalla gamba offesa, imprecò. “Martin!” chiamò, e l’eco della sua voce risuonò. Continuò a camminare, ma il corridoio era più lungo del solito, le stampe nere prevalevano sulle bianche e si allargavano, si deformavano fino ad intrecciarsi sul soffitto, che ricadeva all’ingiù come fosse molle, formando lunghe stalattiti che lo lambivano ed erano pronte a trafiggerlo.

Il silenzio si era fatto fitto e un tremore dolente gli attraversò lo stomaco. “Martin… Martin!?”
Erano passati pochi ma interminabili minuti. Sentì una forte fitta alla gamba, che subito dopo cedette e lo fece cadere. Temendo di essere inghiottito dal famelico tunnel, chiuse gli occhi e, disorientato proseguì a carponi per pochi metri. Urtò qualcosa, spalancò gli occhi e la fioca luce della lampada gli rivelò la sagoma di un uomo a terra riverso e immobile, tutto sporco di una melma nera, in una posizione inverosimilmente innaturale.

“Martin… Martin” balbettò senza toccarlo. Non vedeva bene, maledizione, c’era pochissima luce. Poi sentì l’odore, rabbrividì e fu catapultato nel passato.Davanti agli occhi ricominciarono a scorrere i flash remoti, sempre gli stessi, ricordò Eva, bellissima, sorridente e felice, e anche quella condivisione dell’amaro delle sconfitte e della gioia nel raggiungere piccoli traguardi che li aveva uniti in una perfetta sintonia.

Rivide quando si trasferirono lì, a Rednal, in quella stessa casa in cui si trovava ora, la spensieratezza preziosa e impagabile di quel periodo che, lo avrebbe scoperto poco dopo, sarebbe stato l’inizio della fine. Le sorprese che la vita riserva sono sempre in agguato. Avrebbe appurato con rabbia che alcuni, purtroppo, non hanno accesso al lieto fine. Ricordò la cruenta esplosione in cui Eva perse la vita. In quella stessa occasione lui perse la ragione di vita. Il cielo divenne di un malinconico sapore cupo, e una profonda tristezza lo condusse in un viaggio psichedelico senza ritorno.

Il dolore lo attanagliava ogni volta che i ricordi riaffioravano. Se le ferite del corpo si erano cicatrizzate, a dominare la sua vita, pesanti come un fardello straziante, erano rimasti il buio, le paure e l’odore dei loro due corpi dilaniati.

Era una persona inutile. Sperava, Dio solo sa quanto, di svegliarsi un mattino di settembre con un cielo azzurro, completamente diverso e finalmente libero da se stesso.
Eccoci nuovamente, bella gente, il prossimo brano sarà… la voce dello speaker radiofonico lo riportò al presente. Spaventato e fragile, si asciugò le lacrime che gli appannavano la vista, strofinando l’avambraccio sul viso. Si fece coraggio, infilò un braccio sotto le spalle dell’uomo e, con una delicata manovra, lo rigirò per metterlo in posizione supina. Gli sollevò la testa, e in quel momento un brivido gelido gli bloccò il fiato: il fango chiazzava il volto dell’uomo e, sebbene i lineamenti non fossero bendefiniti, la fisionomia era famigliare. Si alzò e indietreggiando urtò la consolle, facendo così cadere a terra l’unica lampada, che rotolò e si fermò sulla gamba scomposta del corpo senza vita.Il buio improvviso lo immobilizzò, e le narici furono nuovamente sature di quell’odore. Cercò disperatamente l’interruttore tastando le pareti, senza trovarlo. “Aiuto! Aiuto!” provò a gridare, ma la voce spezzata non emise suoni. Il respiro si fece affannato, sentì i rivoli di sudore scendere lungo la schiena e iniziò a dondolarsi avanti e indietro, strofinando freneticamente le mani umidicce sulle cosce. Che diamine sta succedendo? Che ci fai qui? pensò senza capacitarsi di quello che stava succedendo.

Il buio spense anche l’ultimo barlume di ragione che gli era rimasta. Improvvisamente, eccola: la voce di Eva risuonò frastornante nella sua testa. Era diventato sempre più difficile scacciarla, e ogni volta gridava più forte, non riusciva più a sopportarla. Si strinse la testa fra le mani, chiuse gli occhi e si mise a battere forte il piede illeso a terra per sovrastare, con il rumore, quella voce che non perdonava la sua fragilità.

Quando aveva iniziato a sentirla, le parole erano state confortanti, lo aiutavano a sostenere il peso gravoso di essere sopravvissuto; non avrebbe mai voluto smettere di sentirle, ma il silenzio della solitudine lo aveva schiacciato, il delirio e il caos si erano impossessati di lui e le parole erano diventate di biasimo e offesa. In questa casa periferica, situata ai margini della vita, aveva riposto infine il suo dolore. Era un codardo, lo sapeva, e per questo si rifugiava in Martin.

Finalmente la voce fu smorzata dalla musica della radio. Vincent aprì gli occhi, si fece coraggio e guardò nuovamente l’uomo che, stranamente, ora pareva evanescente. Quando si accorse che era il ritratto del proprio corpo disarticolato, una lacrima gli scivolò sul ciondolo a forma di M che aveva al collo. Quella fu la conferma che era giunto il momento di sconfiggere i fantasmi della sua vita una volta per tutte.

Alternò lo sguardo tra la porta d’ingresso e il corridoio; avrebbe voluto oltrepassare quella porta aperta sul mondo tante e tante volte, ma era stato meno doloroso restare dentro, esule nel suo stesso rifugio. Non gli restava che ripercorrere per l’ultima volta il corridoio, che appariva ora più che mai soffocante e cieco. Il corridoio: l’inesorabile condotto che quotidianamente collegava il passato al presente.S’incamminò, sperando che stavolta le mille sfaccettature nere che lo riempivano si combinassero in modo ordinato nella sua mente di uomo alla deriva.

“Santo cielo, Martin, rispondi! Dove sei?” urlò Jennifer. Erano le 19:00 ed era in ritardo per la medicina. “Eccomi, arrivo. Non preoccuparti, sono qui” rispose. L’autobus era passato, si allontanò dalla finestra. L’acqua aveva lavato le tracce della sua vita confusa, Martin era tornato appena in tempo.

Con la mano cancellò dal vetro, forse per sempre, il riflesso di Vincent lo storpio.

foto di Pexels da Pixabay




LA STANZA DEI BOTTONI di Cristina Cortelletti

La stanza dei bottoni

di Cristina Cortelletti

tratto da Voci Nuove 7

a cura di Daniele Falcioni

ed. Rapsodia

 

Marco contrasse il viso stanco allo stridio della serranda che finiva di avvolgersi nel cassonetto. Doveva lubrificare le guide di ferro, pensò, l’avrebbe fatto l’indomani. Erano le 19,30 e aveva promesso a Sara di cucinare le linguine al limone per cena.
Dalle vetrate in fondo al capannone si intravedeva in tutta la sua bellezza l’ultimo crepuscolo di settembre, e Marco si incantò a guardare le sfumature rosa. Penetravano la spessa coltre di polvere che ricopriva i vetri. Quel frammento di natura era una di quelle cose per cui valeva la pena trattenersi al lavoro fino a tardi.

Sulle pareti in penombra le crepe avanzavano inesorabili, rendendo la superficie una scorza avvizzita. Marco s’incupì constatando che le mura non mentivano, stava invecchiando anche lui. Il capannone, insieme alla portineria e alla torre quadrangolare, faceva parte di un vecchio polo industriale, costruito negli anni Sessanta. Un’unica grande costruzione comprendente tre edifici a schiera, con mura portanti comunicanti; all’interno del capannone c’erano quattro grandi pilastri sui quali poggiavano le capriate in cemento a sorreggere la copertura curva. Sulla parete destra erano posizionati i macchinari principali per la produzione, compresa la grande pressa che occupava un terzo del capannone e invadeva parzialmente il camminamento pedonale: bisognava avanzare a zig zag.

Marco avanzò a naso, l’odore dell’olio da taglio impregnava l’aria in corrispondenza della cesoia, sulla quale lampeggiava la piccola luce rossa che era tornato a spegnere. Notò sul pavimento le due chiazze nere che aveva dimenticato di pulire. Le schivò, sperando che dopo la riparazione che lo aveva impegnato tutta la giornata, il macchinario non perdesse più olio. Gli borbottò lo stomaco e si ricordò delle linguine che aveva programmato di cucinare per cena. Avrebbe fatto una sorpresa a Sara.

Marco accelerò il passo, girò la manopola, il led si spense e nel capannone tutto assunse un aspetto dormiente. In quel momento sentì l’ululato sommesso della colonna sonora de Il Buono, il Brutto, il Cattivo, abbassò lo sguardo verso la parete in fondo al capannone e vide lo spiraglio di luce che filtrava dalla piccola fessura vicino al pavimento. La stessa feritoia dalla quale proveniva la musica.

“Ciao Tuco” gridò Marco tendendo inutilmente l’orecchio, difatti non ebbe risposta. Marco guardò l’orologio, non aveva molto tempo, ma decise comunque di passare in portineria a salutare Tuco. Aveva soprannominato Tuco uomo nuvola perché era impercettibile, sfuggente e soprattutto indecifrabile. Aveva avuto il posto di custode notturno, in quanto unico candidato con un requisito fondamentale: non dormire mai. Di lui si diceva che era stato membro dell’Agenzia, designato all’effrazione di siti potenzialmente pericolosi e poi congedato per disturbi mentali. Dopodiché era scomparso.

Marco costruiva serrature di sicurezza antiscasso e Tuco rappresentava l’antagonista per eccellenza; fu così che tra i due iniziò una fortissima competizione. Marco s’era imposto di costruire delle serrature che resistessero all’abilità manuale di Tuco. Di giorno le realizzava e la sera le lasciava in portineria. Tuco le testava e poi la mattina, prima di andare via, le metteva in un sacchetto che appendeva al portone del capannone. I primi tempi Marco trovava nel sacchetto tutte le serrature divelte, e impegnò tutto il suo ingegno per costruire ingranaggi sempre più sofisticati e combinazioni cifrate che le rendessero inattaccabili. Fino a quando una mattina trovò nel sacchetto tutte le serrature intatte, guadagnandosi l’apprezzamento di quell’introverso e nebuloso custode. Sorrise, ripensandoci.

Da qualche mese aveva iniziato a lavorare sull’idea di Tuco, e non aveva più orari. Sara condivideva lo stesso entusiasmo, ma ultimamente si lamentava dell’ossessione che lui rasentava per quel progetto. Un’idea ardita per lei, ma non per Marco, che s’era messo alla prova per vincere la sfida più difficile di tutte: quella con se stesso.

S’incamminò senza esitare verso la porticina di servizio sul retro del capannone, superò il tavolo da lavoro, scantonò la pila di pallets che, come tutto, intorno alle pareti si ergeva fino al soffitto a volta. Si fermò subito dopo la pressa.
“Tuco!” disse, provando a girare la maniglia della porticina.

“Cosa vuoi?”
“Finire il lavoro” rispose, pentendosi immediatamente.
Sara stavolta non l’avrebbe perdonato. Il tono della musica si affievolì. Qualcosa nella porta scattò diverse volte, il battente girò cigolando sui cardini e si aprì. Lo investì un’aria satura di canfora e dell’inconfondibile odore dei fagioli al sugo in barattolo della Star. Marco detestava i cibi in scatola, rabbrividì.
“Credevo non venissi stasera” disse Tuco.
“Voglio finire il lavoro prima che arrivino gli ospiti” rispose Marco.
Tuco gli fece cenno di stare zitto.
“Gli uomini si dividono in due categorie, quelli con la pistola carica e quelli che scavano; tu scava!” riecheggiò la voce di Clint Eastwood.
Illuminato dalla luce calda della lampadina, Tuco sembrava più smilzo e più vecchio, teneva la testa sprofondata fra le spalle e lo sguardo incollato alla TV. Tra la barba rada e incolta facevano capolino delle piccole briciole, e tutto intorno c’erano mosche e tafani. Un duello tra desolazione e solitudine.
“Non hai una bella cera” disse Marco.
“Sono appena uscito dall’ospedale”.
“Ho sentito dire che ti hanno tolto un pezzo di fegato”.
“No… è andata bene”.

L’aveva scampata per un pelo. Gli spari rimbombarono, il Biondo aveva reciso con una pallottola la corda al collo del Cattivo, che saltava sul cavallo e scappava.
Tuco vedeva tutte le sere lo stesso film. Spinse verso Marco una scatola di legno piena di sigarette.

“Prendi” disse.
“No” rispose Marco, facendo un cenno con la mano. Aggiunse: “Ora no”.
Tuco si sedette davanti al contenitore di latta pieno zeppo di fagioli al sugo, senza distogliere lo sguardo dal televisore.
“È ora di cena” disse portandosi il cucchiaio alla bocca.

“Finiremo stasera?” chiese Marco.
Non ebbe risposta. Poteva farcela, pensò, picchiettando l’avampiede a terra; in fondo tutto era pronto, sarebbero bastati pochi minuti e avrebbe raggiunto Sara. La lentezza lo metteva a dura prova: sin da quando aveva imparato a camminare, a Marco piaceva correre. Per lui il tempo che passava infruttuoso era sprecato. Mentre aspettava che Tuco finisse, si guardò intorno. La portineria non aveva finestre e in tutte le pareti, grezze e aggredite da colature giallastre, si annidavano tante varietà di insetti, soprattutto falene. Restò sorpreso nel vedere che, mentre tutto ciò che riempiva la stanza era interamente ricoperto di polvere e briciole, il pavimento era pulito nonostante fosse usurato.
Cercò con gli occhi la fessura sul muro e poi puntò lo sguardo in basso sulla parete in fondo, dove c’era l’armadietto arrugginito, e la vide. La fessura era comunicante con il suo capannone in prossimità di quella che aveva definito la stanza dei bottoni, precisamente l’area tra la pressa e la troncatrice.
Tutte le sere da quella fessura filtrava la musica di Morricone che si diffondeva nel capannone, rimbalzava sulle pareti e si amplificava nella volta. Le note degli ottoni e dei violini si espandevano fino a riempire tutta l’aria. Tuco non poteva essere un burbero animale se la musica lo afferrava a tal punto, pensò.
“Ecco, prendi” disse Tuco versando il caffè nelle solite tazze.
“Buono come sempre” rispose Marco sorseggiandolo. “Dobbiamo sbrigarci” proseguì, “ci resta poco tempo”.
Tuco, con fare calmo, accese una sigaretta e soffiò il fumo, che salendo scomparve nell’oscurità; prese la lista sulla parete di fianco al televisore e fece cadere a terra la puntina con la quale era fissata. Marco si chinò per raccoglierla e vide una nuova fessura sul muro, identica all’altra. “Accidenti!” esclamò tirandosi su a fatica.
“Cosa ti preoccupa?” chiese Tuco.
“Inizio ad essere vecchio per queste cose, e non dormo da troppe ore”.
“Non lamentarti” disse Tuco, “non è tardi”.

Pigiò il tasto del VHS sul telecomando e sullo schermo comparvero numerosi lepidotteri che volavano al rallentatore. Entrambi osservarono lo schermo, si scambiarono un’occhiata e annuirono.
“Ti aspetto di là” disse Marco aprendo la porticina.

Rientrò nel capannone, le sfumature incupite del tramonto avevano ceduto al buio; attese che gli occhi si abituassero e si diresse verso la pressa, dopo pochi passi si trovò nella stanza dei bottoni. L’odore di muffa si era intensificato negli ultimi giorni. Sulla parete comunicante con la portineria erano fissati degli argani a manovella, ai quali erano collegati dei cavi di acciaio che si allungavano verso il soffitto e si incanalavano nelle piccole carrucole ancorate alle travi. Ogni cavo scendeva parallelamente alla parete e si fermava ad una altezza diversa dagli altri. Alcuni terminavano con una lamina di acciaio, altri con una molla fissata ad un piccolo moschettone. Marco scrutò il marchingegno tenendo in mano la pulsantiera del comando a motore e corrugò la fronte, qualcosa non gli tornava. Per un attimo si scoraggiò. Lo scosse il pensiero di quanto avesse lavorato per trasformare il marchingegno degli ingranaggi da un progetto teorico in realtà tangibile.

Si focalizzò nuovamente sulla parete, ripassò mentalmente lo schema del circuito raccomandandosi ad ogni singola vite, alla quale aveva affidato una grande responsabilità: non allentarsi. Aveva scongiurato il rischio di mandare in frantumi l’ingranaggio, ma gli ospiti erano furtivi e si mostravano in giro raramente; mentre di notte erano alacri lavoratori, di giorno era difficile capire cosa facessero: un sabotaggio non era da escludere.

Quando Tuco aveva iniziato il lavoro di guardiano notturno, gli ospiti erano già lì, e in tre mesi era riuscito a studiarne le abitudini, condividendo con loro il cibo, la musica e le notti. Poi un giorno propose l’azzardato progetto a Marco, che accettò senza pensarci. Da quel giorno ci si erano dedicati, impegnando tutte le loro conoscenze per riuscire a realizzare un’opera di straordinaria architettura.

Marco strofinò le mani umidicce sul gilet, le tempie rigonfie scandivano i battiti.
“Ora ho capito” esclamò Marco ad alta voce, tenendo d’occhio la parete.
Lasciò la pulsantiera, prese quattro tavolette di legno e fissò su ognuna un rocchetto di plastica che avvolse con del filo di rame; prese due piccoli magneti, li forò e li mise all’interno di ogni rocchetto, poi fece passare trasversalmente nei fori un tondino di ferro, che collegò con il mastice alle manovelle di tutti gli argani. Si asciugò la fronte con il dorso della mano. “Giusto in tempo” disse con le labbra socchiuse, e inspirò soddisfatto.
“Tuco!” gridò Marco.
Tuco guardò l’orologio, selezionò sulla TV il fermo immagine con decine di falene immobili che riempirono lo schermo e mise il telecomando in tasca. Gettò nel secchio il barattolo vuoto dei fagioli, prese una tazza, la riempì di acqua e canfora, e la posizionò sul pavimento davanti alla fessura che stava sulla parete in fondo alla stanza. Si diresse verso la porticina, si voltò per accertarsi che tutto fosse a posto ed entrò nel capannone.

La lucetta calda della portineria che filtrava dalla fessura nel capannone si rifletteva sulla lamiera argentata della pressa, diffondendo un fioco bagliore nella stanza dei bottoni. In quel luogo tutto prendeva forma e vita. Le due pareti laterali erano tappezzate di disegni e bozzetti di miniature, oggetti che Marco aveva realizzato artigianalmente, pezzi unici nei quali aveva infuso la sua passione. Aveva sperimentato un’infinità di materiali per creare, e alcuni avevano dato risultati davvero magici. Tutt’intorno giravano ricordi. Ogni progetto generava in Marco un’energia incredibile che trasferiva negli oggetti costruiti, rendendoli testimoni di se stesso, in grado così di trasferire l’eredità della sua storia al futuro, certo che Sara avrebbe fatto tutto il possibile affinché ciò accadesse.

Tuco aveva già visto quei disegni, ma rimase ancora una volta affascinato. Ad un tratto sentirono i misteriosi rumori muoversi nella parete dove era stato costruito il marchingegno. Era arrivato il momento, Tuco si avvicinò e scrutò l’ingranaggio che risaltava sulla decadente parete scura. “Avevo utilizzato dei motorini elettrici” specificò Marco. “Che stupido… ora dovrebbe essere perfetto”.

“Sono delle piccole dinamo” osservò Tuco, facendo una smorfia di apprezzamento.
“Sì. Meno rumore faremo e più alte saranno la probabilità di successo” rispose Marco. Ripassò mentalmente tutte le funzioni, diede un’ultima lubrificata alle ruote delle carrucole e si accertò che i cavi fossero ben saldi.
Si posizionarono entrambi a circa due metri dalla parete. Un fremito scosse Marco, come se fosse parte del circuito.
“Vai, accendi”.
Tuco, impassibile, abbassò la levetta dell’interruttore e una cascata di luce proveniente da centinaia di micro lampadine alogene si diffuse sulla parete. Marco regolò l’intensità con il varialuce mentre Tuco, accanto alla pressa, si era preparato a girare due manovelle. Marco afferrò le altre due e iniziarono a girarle.

I cavi in tensione stridettero e, piano piano, si avvolsero alle bobine manovrate dagli argani; alcuni cavi tirarono su le lastre in acciaio fissate alle loro estremità, scoprendo così le numerosissime crepe sul muro. I cavi con i moschettoni sollevarono una specie di sipario in pvc trasparente che, una volta steso, rivestì l’intera parete come una pellicola di cellophane. L’idea della pellicola era venuta a Sara, che nella vita faceva la scenografa. L’utilizzo di questo materiale si era rivelato un ottimo compromesso. Il pvc stabilizzato, oltre ad essere malleabile e quindi facilmente arrotolabile, era molto resistente e, soprattutto, trasparente. Avevano creato un sistema per sovrapporre una finta parete sulla parete esistente.
Le travi del soffitto scricchiolarono, Marco e Tuco smisero di girare le manovelle e tutto il marchingegno si fermò. Restarono fissi a guardare in silenzio. Le crepe si intersecavano e formavano una fitta rete di gallerie comunicanti, un labirinto scavato nel muro; cunicoli contorti che sbucavano in altri cunicoli, una specie di sistema circolatorio interno alla parete.

“Eccole” sussurrò Tuco.
Finalmente le videro. Migliaia di falene brulicavano velocemente in ogni direzione, correvano nei caotici tragitti; attratte dalla luce alogena si mostravano a loro, contenute dalla pellicola che ne evitava la dispersione e le manteneva nelle loro caverne. Le falene entravano e uscivano, andavano e venivano, salivano e scendevano nel groviglio inestricabile multiviario.

“Guarda” disse Tuco, “sapevo che ne sarebbe valsa la pena”. E pensò che così doveva essere il giardino magico di Armida, ma senza piante: tanti involuti percorsi, per nascondersi e riprodursi. Nelle fenditure più in alto, sostavano immobili le mosche delle mansarde, forse migliaia, pronte a ibernarsi per tutto l’inverno. Erano vuote, invece, le crepe e le tane più in basso, quelle alla base della parete, comprese le due fessure comunicanti con la portineria.

Marco non era esperto di insetti, ma era impossibile distogliere lo sguardo dal lavoro di quei rispettabili ingegneri alati. Se potessero parlare, pensò, svelerebbero come possa esserci un’ordine in tanto caos. Avrebbe voluto che Sara fosse lì.
Decisero tacitamente di passare alla fase successiva, e spensero le lucette alogene. Attesero pochi secondi per abituarsi alla penombra della stanza dei bottoni, poi si concentrarono per intercettare qualsiasi movimento sulla parete, ancora rivestita con la pellicola trasparente. Marco distolse lo sguardo per arrotolarsi le maniche della maglietta; lo fece lentamente e senza fare rumore. Il sudore colava come se lo stessero strizzando. Si voltò a guardare Tuco, che era completamente preso dal tentativo di focalizzare gli insetti.

Perlustrarono la parete centimetro per centimetro, crepa per crepa, tutto il labirinto di gallerie ora pareva disabitato. Tutto sulla parete era immobile. Si avvicinarono ancora di più con movimenti sincroni, come se si fossero messi d’accordo.
“Gli insetti non possono essersi dissolti” disse Marco.

Dalle fessure in basso a terra filtrava la luce della portineria.
“Ecco, ora è perfetto” disse Tuco.
“Che succede?” chiese Marco.
Tuco si girò di scatto e si avviò a passo svelto verso la porticina, urtò la troncatrice e dalla tasca gli cadde il telecomando della TV. Improvvisamente la musica di Morricone si diffuse ovunque. Marco restò immobile a fissare la porticina.

“Tuco!” gridò, ma non ebbe risposta.
Bloccò i quattro cavi in prossimità delle manovelle, cercando nel buio un fermo appropriato per tenere ben saldo il telo che rivestiva l’intera parete.
“Accidenti, non vedo niente!” esclamò. “Ci si mette pure la musica…”

Nella confusione non riusciva a pensare. Si guardò intorno, afferrò un puntale e bloccò il tiro. S’incamminò verso la portineria, ormai conosceva a menadito ogni centimetro del capannone, e aprì la porticina.
“Shhh”sussurrò Tuco alzando le braccia sopra la testa, “vieni a vedere”.

Marco, piantato sulla soglia, sgranò gli occhi: tutta la stanza era piena zeppa di insetti, migliaia di falene volavano unite in un vortice. Una fioca luce intermittente tagliava il buio della stanza. Tanti lampi di luce biancastra venivano continuamente spezzati dagli insetti, che si inseguivano in un girotondo forsennato. Tuco aveva stampato sul viso un ghigno, pareva nutrirsi di soddisfazione da ogni poro.

“Diamine, che succede?” gridò Marco.
“Shhh” ripetè Tuco. “Tutto è come previsto” disse accennando appena il labiale.
“Dove ho sbagliato?” insistette Marco scuotendo la testa.
“È una straordinaria evasione di massa” gridò Tuco più forte della musica.
Le falene giravano sulle note in una veloce spirale, abbagliate dalla luce artificiale, insieme alle mosche e ai tafani che compivano numerose giravolte. Tutti gli insetti danzavano in una combinazione perfetta di acrobazie. Un innocuo battito d’ali aveva sortito l’effetto sperato da Tuco, che aveva scovato il tesoro sepolto nella parete e finalmente adesso era lui a muovere i fili. “Vedi? Con un semplice inganno di luce li ho dirottati” disse Tuco, compiaciuto.
La soddisfazione eccessiva per aver portato a termine il progetto si era trasformata nell’arrogante ingordigia di accaparrarsi il merito e il bizzarro bottino. Marco non era superstizioso, ma in quel momento gli balenò il pensiero che quelle creature potessero essere veramente portatrici di sventure. Lo fissava confuso.
“Sbrighiamoci, usciamo da qui” disse Marco ad alta voce.
“Ancora non hai capito!” gridò Tuco. “Non vuoi proprio vedere?”
“Non ora. Presto, usciamo” ribatté Marco.
“Troppo, troppo tempo…” disse Tuco. “Non va bene fare le cose per troppo tempo”.
Non dormiva da un pezzo, perché aveva l’idea che se avesse chiuso gli occhi si sarebbe perso nelle tenebre. Dal primo giorno che era stato assunto e per tutte le 733 notti che seguirono aveva ascoltato il brulicare degli insetti, ininterrottamente dal tramonto all’alba. Aveva studiato le loro abitudini e vulnerabilità; non avendo altro a cui valesse la pena dedicare del tempo, si era intestardito sull’idea di stanare quelle creature della notte che tanto gli somiglivano. Non ci volle molto a convincere Marco che, stuzzicato dalla strana e bizzarra idea, si era messo subito all’opera. Così ogni sera che Marco era rimasto al lavoro, Tuco aveva rubato con gli occhi le tecniche e i metodi che l’altro adottava per costruire oggetti. Aveva imparato ad usare tutti gli attrezzi e gli utensili da lavoro e aveva memorizzato i prontuari, la tenuta e la resistenza di infiniti materiali. Che Marco fosse un abile e intraprendente artigiano, era un fatto che volgeva a suo vantaggio, un colpo di fortuna. Lo avrebbe utilizzato per sfogliare la parete e portare alla luce gli insetti.

“Vecchio pazzo. Forza, facciamole uscire!” gridò Marco, dimenando le braccia nell’aria fitta di falene.

Tuco era al centro della stanza, i capelli arruffati gli spiovevano sulla fronte e la sua faccia aveva assunto un’aria sinistra. Teneva i denti serrati e non batteva ciglio. Lui non era l’uomo con la pistola carica, come il cattivo del film. Lui aveva scavato per tutta la sua insulsa e monotona vita, e lo aveva fatto sempre nello stesso identico modo, senza il coraggio di impugnarla e premere il grilletto. Finalmente poteva essere un bastardo, come suo padre e il padre di suo padre. Improvvisamente andò verso di lui e lo fissò, erano uno di fronte all’altro, e in quel lasso di tempo sospeso Marco vide riflessa negli occhi di Tuco un’invocazione di sfida. Non riusciva a spiegarsi cosa stesse succedendo né perché, ma sostenne comunque lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore. Avrebbe potuto raccogliere la sfida, com’era nella sua natura, si sarebbe messo in gioco e ne sarebbe uscito vittorioso, ma non lo fece. Afferrò Tuco per un braccio e tentò di trascinarlo verso la porticina, ma lui con uno strattone si liberò dalla presa e si diresse a passo deciso verso la televisione. Interruppe la musica.

Improvvisamente dal soffitto si sentì uno stridio ferroso che si mescolò al fervido battito d’ali delle falene. Il tetto della portineria si aprì e i raggi lunari si diffusero nella stanza. Gli stessi raggi che prima erano intermittenti, ora erano continui. Le falene, attratte in una vorticosa danza, intrecciavano giochi di luce. Era meraviglioso, eppure un brivido lo attraversò. Tuco pigio il tasto ‘on’ sul telecomando e sulla parete iniziò a sollevarsi un telo trasparente.

“Mio Dio, è identico all’altro!” esclamò Marco. “Sì”.
“Perché l’hai fatto?”
“Per me”.

“Non capisco” disse Marco.
“Vai di là e accendi le lucette” disse Tuco, agitando una mano nell’aria.
Marco obbedì e andò nel capannone.
Tuco pigiò un altro tasto e il soffitto si chiuse; fu subito buio. In pochi secondi gli insetti rientrarono nelle caverne della parete, attratti dalla luce proveniente dalla stanza dei bottoni. Poi azionò nuovamente il sipario, che scese e rivestì la parete impedendo agli insetti di uscire. Si lasciò cadere a terra, esausto.
Marco rientrò, accese la luce e restò a bocca aperta nel vedere tutto il lavoro che Tuco aveva fatto: un macchinoso congegno. Nella testa gli frullavano tante domande. Lo vide seduto a terra, con la sua giacca impolverata e la testa china sulle ginocchia. Non aprì bocca e restò ad osservare la stanza. Tutto era stato costruito in modo che si potesse celare nel buio dell’alto soffitto e mimetizzare con la parete: un sipario nel sipario. Si appoggiò allo stipite e la mente

ricreò i tre mesi di lavoro, le immagini scorrevano silenziose in un involontario susseguirsi di istantanee; si sentì rinfrancato e accennò una mezza domanda: “Allora è per questo che…”, si interruppe abbassando lo sguardo. Non ora, pensò, non è il momento. “S’è fatto tardi. Devo andare” disse Marco, dirigendosi subito dopo verso la porta.

Tuco alzò la testa e i loro sguardi si incrociarono. Marco sorrise, annuì e uscì. A Tuco piacque la considerazione silenziosa di Marco, che sarebbe andato a casa e avrebbe raccontato a Sara dello straordinario successo del loro lavoro. Le avrebbe parlato per un po’ di quel vecchio pazzo, se lei avesse voluto ascolarlo. Ci avrebbe almeno provato, ma forse Sara non gli avrebbe creduto.




LA TERRA DELLE MERAVIGLIE

Cristina Cortelletti

La terra delle meraviglie

tratto da Voci Nuove 7

“Zeffirino!” chiamò ad alta voce suo papà per l’ennesima volta.
La voce echeggiava espandendosi per tutta la baia dominata dall’antico promontorio di Capo Vita, che ora era ricoperto di un manto giallo vivo. Le ginestre spinose si srotolavano in un tappeto di gonfi germogli e si spingevano fino ai pendii scoscesi, aggrappandosi con le loro radici alle fenditure delle rocce arenarie. Il vento di levante tirava sull’ameno promontorio e faceva crepitare i fiori, che sembravano farfalle pronte a spiccare il volo.
Il padre di Zeffirino era solito mettersi seduto sull’unico scoglio levigato che emergeva appena dall’acqua ed era cinto da piccoli scogli completamente sommersi. In quel tratto di mare tra la spiaggia e gli scogli, soffiava sia il vento di ponente che quello di levante. Lì transitavano banchi di sugarelli argentati. Il riflesso del sole contro la superficie del mare lo stordiva. Per riuscire a guardare nell’acqua senza strizzare gli occhi, il padre di Zeffirino seguiva lo spostamento della poca ombra che il faraglione gettava sullo scoglio dove egli si era appostato. “Zeffirino! Dove sei?” chiamò di nuovo. La sua voce si mescolò al fragore dell’onda che si sgretolava. Una rivolta di goccioline lucenti sfiorò la sua pelle, procurandogli un piacevolissimo formicolio.
“Eccomi” rispose.
La voce arrivava ogni volta da un punto diverso e non bene identificato. Zeffirino era un instancabile ficcanaso e ogni domenica, mentre il padre munito di santa pazienza raccoglieva i soliti molluschi, lui esplorava il territorio circostante, allungando di volta in volta il raggio d’azione. Era uno spirito libero come la madre, evadeva continuamente nel regno della fantasia, tanto da confondere spesso la realtà con l’immaginazione. Brusco, così era soprannominato dai paesani il padre di Zeffirino, non era un tipo simpatico, ma d’altronde per lui la simpatia non era una priorità. Era figlio di gente all’antica, per intenderci: semplice, se non proprio terra terra, e quanto a introversione era tutto suo padre; un uomo tutto d’un pezzo, gran lavoratore, tenace, molto pratico e per niente affettuoso, come peraltro gran parte dei suoi parenti.
Lo scrosciare dell’acqua sugli scogli metteva a tacere tutto il resto. Brusco riusciva a scrollarsi di dosso la tensione accumulata durante la settimana e a riportare a casa quasi del tutto intatte le sue forze, che andavano diminuendo pian piano ogni giorno che passava. Da qualche mese lavorava al porticciolo di Cavo, come addetto allo scarico delle merci. Era un tipo magro, con grandi occhi neri, un filo di labbra, sempre scapigliato e trasandato, non dava peso a ciò che

indossava, ma sotto quei panni c’erano grovigli di nervi e sottili ma forti muscoli. Incassava bene, nonostante i suoi quasi quattro lustri sembrassero il doppio.
“Zeffirino? Zeffirino, dove sei?” chiamava con tono pacato senza levare lo sguardo dagli scogli, con tutta la calma e la pazienza di cui era dotato. Monitorava gli spostamenti del figlio ascoltando la risposta alla sua chiamata, riuscendo a identificare la sua posizione in base al volume della voce e all’intensità del tono. Così, anche fuori dalla portata della vista, poteva vigilare sul piccolo scavezzacollo.

La giornata volgeva al tramonto e mille colori dal giallo al viola coloravano l’acqua, una leggera folata gli fece rizzare i peli sulle braccia: era ora di rientrare. “Zeffirinoooooo”. “Sono già al grande albero, papà. Ti aspetto qui”.
Brusco scosse la testa accennando un sorriso, prese la cesta, infilò la tracolla e i vecchi sandali di gomma, ormai secca di sale come la spessa e dura crosta della pianta dei suoi piedi. Si incamminò. Avrebbe potuto camminare scalzo sugli scogli di tufo affilati senza sentire dolore, ma le abitudini erano dure a morire, così come i suoi sandali. Imboccò il sentiero che attraversava la lecceta, i grandi alberi ombreggiavano una vasta zona della piccola baia, una delle tante verdi macchie mediterranee dell’isola. Amava il caratteristico odore di verde e sale. Si rivide da bambino a Cavo andare a scuola, sguazzare nell’acqua del mare, andare giù alla grande torre romana a pescare, andare da Ennio il tabaccaio a comprare le cartine per confezionare le sigarette per il nonno Luigi.

“Ehi, ti sbrighi?” gridò Zeffirino, impaziente.
Brusco camminò per un centinaio di metri a passo svelto. Quando giunse in prossimità del grande albero di leccio, vide Zeffirino seduto sulla protuberanza di una delle grosse radici che sbucavano dal terreno. Alzò lo sguardo seguendo i venticinque metri del maestoso tronco che terminava in una folta e magnifica chioma, in questo periodo dell’anno carica di ghiande. Anche lui, da ragazzino, aveva passato ore ed ore ad osservarlo. Era un albero monumentale, aveva centocinquant’anni ed era stato insignito del titolo di Bene Culturale della Natura. I sempreverdi coloravano tutto l’anno l’isola d’Elba, dando l’impressione che lì il tempo si fosse fermato.
Con un balzo Zeffirino fu in piedi. “Era ora! Quanto sei lento!” disse, scandendo le lettere una ad una. Percorsero il sentiero sterrato per circa mezz’ora, poi ne imboccarono un altro che si trovava sulla sinistra della lecceta e la fiancheggiava per un chilometro, fino alla strada dall’asfalto sconnesso che conduceva a Cavo.
Durante il cammino di ritorno, Zeffirino parlava e saltava e correva prima avanti e poi indietro, ininterrottamente: era un fiume in piena. Brusco, invece, con il passare degli anni si era indurito

e sembrava non essere più capace di emozionarsi. Si levò una leggera brezza che fece stormire le fronde, e un fruscio malinconico da quel momento accompagnò il loro cammino.
“Stasera pesce in brodetto” disse Brusco.
“Uffa papà, sempre la stessa cosa”.

“E tu sempre a lamentarti”.
“Sarà, ma io vorrei mangiare un bel pezzo di carne con una di quelle salse americane!” disse, lanciando sassi sul selciato.
L’avrebbe mangiata anche Brusco, ma da quando la miniera era stata chiusa per la protesta e lui lavorava saltuariamente al porto, non potevano permettersi cibi costosi. Si occupava personalmente del figlio e della casa da quando Giulia se ne era andata via di notte, portandosi dietro poche cose e lasciando un biglietto di scuse e di addio.
Zeffirino, un po’ affannato, rallentò il passo e attese il padre. Gli si mise a
fianco. Sentiva lo scricchiolio della grossolana granella di terra schiacciata dalle suole, sincrono con il suo respiro. Fu attratto dal luccichio di quelle briciole di terriccio attaccate ai sandali e pensò a quanto era fortunato a vivere in quel posto; era ‘il prescelto’ per esplorare l’unico pezzo di luna presente sul pianeta Terra.
Raccolse un pugno di quella polvere lunare, la sgranellò fra pollice e indice, poi la porse al padre e chiese: “Da quanto tempo è qui?”
Brusco era di poche parole, ma l’entusiasmo di suo figlio era tale che decise di parlargli di Elba, l’isola fuligginosa. Indicò una roccia piana che era poco più avanti, sotto un piccolo arbusto di corbezzolo; in quel punto i grandi lecci erano stati potati, e alla luce e al calore del sole erano cresciute alcune piante di arbusti cespugliosi, ricchi di fiori e bacche colorate.
Si sedettero sulla tiepida roccia. Brusco notò che era quasi buio, l’umida polvere mineraria rendeva il paesaggio surreale. Era il momento giusto per raccontare: “Devi sapere che questo tratto di costa è denominato costa che brilla, per via della ricca concentrazione di ematite e pirite che fanno luccicare il terreno e le spiagge; e questo, Zeffirino, l’hai già notato. Ma quello che non sai è che la vecchia strada sterrata che corre da Marina a Cavo attraversa il territorio denominato ‘terra del fuoco’. Centinaia di rocce vive di colore giallo ocra tappezzano una striscia di terra che, come una lingua rosso sangue, si allunga e affonda nel mare turchese. Un giardino di fiori minerali, questo è quello che rende magica la nostra isola”.
Fece una pausa, sospirando orgoglioso.
“Continua, papà” lo esortò Zeffirino.
Brusco riprese e raccontò di un passato lungo millenni di duro lavoro, di uomini forti e coraggiosi che varcavano le soglie di luoghi inospitali per estrarne le essenze, raccontò

dell’odore di ferro che dalle narici scendeva nella gola, del sapore di zolfo che, come l’effetto che fanno le cose acerbe e amare, allappava la lingua, della fuliggine che tingeva indelebilmente la pelle di un colore ambra scuro, di come nelle vene del ventre dell’angusta miniera di Rio Albano scorreva il ferro che trasudava dalle pareti in rosse colate.

“Ti sembrerà strano quello che sto per dirti, ma per quanto io ami il mare e l’aria aperta, non ho mai pensato di mollare il lavoro in miniera. Qui è come se dalle viscere della terra la forza della natura, grazie alla mano dell’uomo, venisse alla luce” concluse Brusco.
Zeffirino ascoltava con la curiosità di un piccolo esploratore, fissando la bocca del papà per non perdersi una parola. Brusco proseguì: “In pratica il minatore è come un cacciatore di tesori che sfida la natura esplorando misteriose gallerie sotterranee, strappando dalle viscere della terra le ricchezze nascoste per portarle alla luce e svelarne i segreti”.

Un soffio di vento di scirocco scompigliò il ciuffo di Brusco, che ondeggiò sulla sua testa per poi ricadere sugli occhiali. Zeffirino sorrise, si alzò di scatto e si posizionò di fronte al padre piantando le mani sui fianchi.
“Non voglio andare a casa, papà. Questa notte è speciale e…”

“Neanche a me va di tornare a casa” lo interruppe il padre.
Brusco guardò il cielo e capì che avrebbero potuto farcela.
“Forza, sbrighiamoci! Dobbiamo uscire dalla lecceta finché c’è ancora luce” disse sistemandosi la tracolla.
“Dai papà, per favore, restiamo” supplicò Zeffirino mettendo il broncio.
Brusco lo prese per mano, girarono intorno alla roccia dov’erano stati seduti e ripresero il sentiero che ritornava alla spiaggia.
“Grazie! Grazie papà!” urlò Zeffirino, mostrando un sorriso che scaldò il cuore di Brusco. Il versante orientale dell’isola era pieno di strette piste abitate da un’esuberante vegetazione che, a quell’ora della sera, rendeva più difficile orientarsi. L’aria umida impregnava la pelle con gli aromi del finocchio selvatico, della mortella e della mentuccia, come se la natura profumasse i suoi visitatori, prima di rapirli con la sua magnetica bellezza.
“Non è stato sempre così” disse Brusco stringendo la mano di Zeffirino.
“Di che parli?” chiese Zeffirino.
“Nel 1970 ci fu un grosso incendio che distrusse gran parte di questo splendido universo verde. Ero un ragazzino all’epoca, eppure ricordo ancora come fosse ora quei roghi imponenti. Devastarono brutalmente ettari di vegetazione, incenerendo centinaia gli alberi. Di questa area non restò che una sterile distesa nera dell’odore di resina bruciata. Poi, con la stessa facilità con la quale gli alberi erano bruciati, dai tronchi carbonizzati e dal terreno rinacquero i primi

germogli, pronti a dare nuova vita. Non ci volle molto tempo che la macchia si ripopolò di splendide piante”.
Zeffirino ascoltava e osservava la fitta vegetazione muovendo gli occhi da sinistra a destra e viceversa; ovunque guardasse gli sembrava di scorgere qualcosa o addirittura qualcuno, complici il venticello e la tenue luce del crepuscolo.

Uscirono dalla lecceta e attraversarono la stretta striscia di terreno ricca di arbusti nani e cespugli, prima di affondare i piedi nella nuda spiaggia di sabbia fine e ciottoli minerali. Qua e là i fantastici luccichii dei frammenti di nera ematite e di gialla limonite si fondevano con i vaporosi riflessi verdeazzurri dell’acqua. Si diressero verso nord tenendosi per mano. In fondo davanti a loro c’era l’inconfondibile profilo del promontorio a forma di gobba di cammello, e alle loro spalle il piccolo pontile diroccato.

“Ci siamo quasi” disse Brusco.
Zeffirino teneva il passo, scrutando in silenzio l’immensa distesa d’acqua sulla quale i riflessi del giorno stentavano a rimanere a galla. Strattonò il padre e disse: “Guarda!” indicando con l’indice l’orizzonte.
Basse e dense nubi spezzavano le tenui sfumature violacee e il sole era un sottile segmento di fuoco ad arco sulla linea cobalto del mare; un raggio come una freccia d’oro rossiccio colpì le rocce del promontorio che, per pochi attimi, si tinsero d’una pennellata smeraldo: era l’ultimo raggio di sole prima di inabissarsi.
Restarono immobili a fissare l’orizzonte, con gli occhi pieni di un verde meraviglioso che nessuno dei due aveva mai visto sulla faccia dell’altro.
“Te l’avevo detto, papà. Hai visto? Il raggio verde esiste! È quello del racconto di quel tizio… come si chiama? Quello del Nautilus! Ti ricordi, papà? Me l’hai letto tu”.
“Santo cielo, Zeffirino, quella è una storia di pura immaginazione!”
“Ma l’hai visto anche tu, papà, il raggio verde!”
“Sì. Forse…” rispose Brusco voltandosi verso il mare.

“Dai, su! Andiamo” disse Brusco, cambiando discorso.
Ripresero il cammino verso il promontorio, che ormai era una sagoma scura sullo sfondo blu cenere e si accingeva a smorire nella notte. Brusco procedeva a passo sostenuto.
“Aspettami, papà!” disse Zeffirino intento a guardarsi le spalle. Camminava trascinando prima un piede e poi l’altro sulla sabbia, lasciandosi dietro l’impronta di un binario che ad ogni suo passo si allungava in avanti verso la misteriosa stazione sul promontorio, e dietro scompariva inghiottita dalla notte.
“Ma che fai?” domandò Brusco.

“Lascio una traccia” rispose Zeffirino, alle prese con la sabbia.
“Stanotte ci sarà l’acqua alta e cancellerà tutte le tue tracce” disse il padre scuotendo la testa “E poi, il posto dove stiamo andando lo conosco bene e di sicuro non ci perderemo”.
“Attento papà!”
“Ma cosa…” si interruppe Brusco, che d’istinto si chinò in avanti e per un pelo non si scontrò con un battito d’ali nero pece.
“Mettiti giù, Zeffirino, sono pipistrelli!” gridò agitando le braccia sopra la testa. Zeffirino era come ipnotizzato. Restò in piedi a fissare il volo forsennato di quelle buffe creature tutte orecchie. La notte dell’isola apriva gli occhi ai pipistrelli serotini che tornavano alla luce dai loro nascondigli segreti, e ogni sera al crepuscolo facevano irruzione nella baia svolazzando all’impazzata.
“Uaoooooo!!!” gridò Zeffirino e, essendosi ripreso dallo sbalordimento iniziale, si mise a rincorrere i volatili. Zeffirino correva con le braccia aperte e il viso all’insù, girava e girava in una specie di danza vorticosa, un po’ come il nastro che fanno roteare nell’aria le ginnaste.
Il padre lo guardava e rideva di gusto.
“Papà, fallo anche tu, è divertente!” disse Zeffirino, che non stava più nella pelle.
Per lui di solito quello era il momento migliore della giornata: la quiete si faceva ricca di magici sussurri e l’imbrunire pian piano cancellava le ombre e con esse tutte le sue paure. Zeffirino si fermò, guardò il mare e vide che all’orizzonte si erano accavallati degli spessi e cupi nuvoloni. “Papà, verrà a piovere ?”
“No. Quegli addensamenti che vedi laggiù si formano con la bassa pressione e non sono altro che vapore acqueo condensato che il vento presto spazzerà via. Se sarai paziente, vedrai il meraviglioso spettacolo dei pesci guizzare a galla al ritmo delle onde” rispose il padre. Brusco non era un gran cacciatore di pesci, ma aveva più che una vaga idea di quale fosse il momento ideale per catturarli. Gettò un’occhiata al mare e poi al promontorio, annuì pensando che era la sera giusta.
Dovevano arrampicarsi sul versante est del promontorio fino ad un altezza di dieci metri e attendere il vento favorevole. L’acqua, traboccante di palamite e occhiate, avrebbe regalato loro una rivolta di luci argentate.
“Forza papà, sei lentissimo!” esordì Zeffirino, che nel frattempo era andato più avanti e lo aspettava. “Se mangerò un altro pesce mi cresceranno le squame” bofonchiò guardando il mare, mentre il cielo si andava scolorendo nella notte calda.
D’un tratto in lontananza, sulla superficie dell’acqua, si accese una piccola luce che rischiarava il mare; in quell’istante l’acqua parve ribollire. Colmo di meraviglia Zeffirino urlò:” Eccolo,

papà, eccolo!”
Brusco si voltò di scatto, corrugò la fronte e strizzando gli occhi indagò le acque scure da una parte all’altra, ma non vide nulla.
“Cosa c’è, Zeffirino?” domandò il padre,
“L’ho visto, l’ho visto!” ripetè il figlio, indicando con lo sguardo un punto sul mare.
Brusco si avvicinò e si inginocchiò di fianco a Zeffirino. Con le indicazioni del figlio, si fece guidare al largo a diverse miglia dal promontorio, ben oltre le barriere frangiflutti.
“Non c’è niente nell’acqua, Zeffirino” disse Brusco, dopo aver scrutato più volte. “Dai, su, andiamo!” aggiunse mettendogli una mano sulla spalla.
Zeffirino fissava ancora il mare senza dire una parola. Restarono fermi per un po’ ad ascoltare il fruscio dell’acqua.
“Vedrai, papà, il Nautilus emergerà di nuovo. Il capitano Nemo è rimasto tutto il tempo proprio qui, in questo mare, si vede che gli piace la nostra isola. Sono sicuro che emergerà di nuovo e vedremo il suo inconfondibile sbuffo colorato” disse Zeffirino.
Brusco scosse la testa sorridendo, premette la sua mano sulla schiena del figlio e lo incitò a proseguire.
“Te l’avevo detto, papà. Il capitano è un cercatore di meraviglie, sicuramente sta cercando le perle. Me l’hai detto tu che in questo mare ci sono le sette perle di Afrodite. Non può certo lasciarsi scappare un simile bottino. Non ci resta che aspettare!” esclamò zompettando.
“Non c’è un posto al mondo più bello di questo. Vero papà?”
“Può darsi” rispose Brusco.
Sulla riva erano sparsi alghe e legni trasportati dall’acqua, strappati da qualche tempesta. Incrostati di sale, davano a quel luogo una lucentezza spettrale. Macchie nere tappezzavano il bagnasciuga, erano i marangoni col ciuffo che sonnecchiavano appollaiati sui legni scortecciati, e al passaggio del monello spiccavano un volo sbandato.
Zeffirino continuava a correre senza perdere mai di vista l’orizzonte, dove il cielo e il mare stavano per fondersi nello stesso blu.
Erano arrivati ai piedi del promontorio, l’unico accesso possibile era un piccolo guado sul plutone di antico magma. Un fitto intreccio di rami attorcigliati di liane d’erica ostruiva quasi del tutto il passaggio; Zeffirino lo imboccò e Brusco subito lo seguì. Per aprirsi un varco, costrinse i rami sotto la pressione prima di un gomito e poi dell’altro. S’inerpicarono sulle rocce facendo attenzione a non scivolare. Il suolo era un mosaico di chiari e di scuri, di affioramenti viscosi di terra e di mare.
Il vento aveva condizionato così fortemente la crescita in altezza della vegetazione che i rami

si allungavano rasoterra e si aggrappavano al terreno per sottrarsi al seppellimento, creando informi tappetini legnosi. Il sentiero era scavato nella roccia, tutta picchi e macigni accatastati che salivano su su, come enormi gradoni, mentre le rocce in basso erano trivellate dall’erosione. In quella specie di alveari calcarei, stagnavano gocce dove nuotavano timidamente i gamberetti ciechi.

Gli odori aspri e pungenti della macchia si mescolavano al dolciastro odore del ferro, a sua volta intriso del salmastro che aleggiava sul versante nord-est dell’isola. Scossi dal vento, qua e là i gigli selvatici facevano capolino con la corolla socchiusa. La notte stava per abbassare il sipario come una grande palpebra.

“Sai quanto pesa il mare, papà?” domandò Zeffirino avanzando carponi sul pendio.
“Pensa a quanti pesci, sassi e piante ci sono” proseguì, senza lasciare al padre il tempo di rispondere. “Poi ci sono le navi e i sommergibili…” Intento a calcolare e guardare dove metteva le mani e i piedi, Zeffirino concluse: “Peserà almeno un trilione di tonnellate!”
Negli anfratti delle rocce si annidavano giovani biacchi tutt’occhi e raccapriccianti specie di ragni, bisognava fare attenzione.
“Ci siamo, Dieci metri di altezza” affermò Brusco perlustrando i paraggi.
Si fermarono su una roccia piatta e il caldo vento africo con un suono di strumento a fiato li investì.
“Lasciati spingere, Zeffirino!” gridò Brusco allargando le braccia.
Bisognava entrarci, in quel vento, e a lui mescolarsi per sentirne la forza.
“Non riesco a stare in piedi, papà!” urlò Zeffirino, mentre ruotava la testa in ogni direzione per cercare di sentire da che parte soffiava il vento. Poco dopo, una raffica che tirava da ponente lo colpì in pieno viso: era lo zefiro.
Sotto quelle sferzate, le onde schiaffeggiavano le rocce e si sfrangiavano in una esplosione di cristalli spumeggianti. Dalle fessure degli occhi di Brusco scesero due rigagnoli che gli finirono in bocca, se li riprese inghiottendo i salati ricordi.
“Guarda l’arenile giù in basso, Zeffirino. Quando l’onda sbiancherà al punto giusto, né troppo né troppo poco, solo allora centinaia di guizzi argentati spunteranno a galla a branchie spiegate” disse Brusco.
Curvi sul crinale, padre e figlio guardavano attentamente le onde, di cui al buio si distingueva solamente la biancheggiante spuma. Brusco afferrò Zeffirino e lo portò a sé stringendolo. Poggiò il suo torace sulla schiena del figlio, adesso erano entrambi rivolti verso il mare. Brusco avvolse il figlio con le sue braccia spigolose e si accorse che Zeffirino stava crescendo in fretta. Senza doversi chinare, infatti, riusciva a poggiare il mento sulla testa del figlio. Un velo

nostalgico gli scurì il viso.
Reclinò il capo e lo baciò sulla guancia, lasciando in quel bacio tutte le sue preoccupazioni. Zeffirino accolse tutto il calore dell’abbraccio paterno.
In alto nel cielo fosco s’intravedeva la stella polare, e più in basso le grandi costellazioni di Cassiopea e Andromeda si accendevano a nord di Elba. Zeffirino aguzzò la vista. Laggiù nel buio, da qualche parte dove tutto svaniva, c’era il Nautilus.
“Sai, papà, è sul fondale che sosta il Nautilus carico di tesori, dopo mesi e mesi di viaggi avventurosi in lontani paesi di sogno. Negli abissi dove l’azzurro diventa blu, tra praterie di posidonie e coralli rossi, gialli e bianchi, dove danzano i pesci balestra fra le braccia delle alghe e delle meduse fluorescenti, dove dormicchiano sbuffanti spugne variopinte e vigilano gli ippocampi con la corazza dorata, laggiù sono sepolti antichi velieri e barche mai più tornate, inghiottite dal nulla e custodite dalle giganti tartarughe caretta. Sono scrigni delle meraviglie, pieni di tesori. Il capitano Nemo è un vecchio lupo di mare con un fiuto eccezionale per i bottini più preziosi. Ha superato più di mille tempeste e con il suo misterioso equipaggio ha sfidato e sconfitto le terribili creature delle grotte, enormi mostri dai lunghi e appiccicosi tentacoli, con spine e corna velenose. Nonostante i suoi cento anni, il capitano è ancora forte e astuto”.
Non appena ebbe finito di parlare, sulla superficie dell’acqua si irradiò un chiarore intenso. Il mare sembrava essere illuminato dal basso. Uno sbuffo di nebbiolina verde illuminò l’orizzonte. Brusco e Zeffirino intravidero una massa nera che si dileguava verso ovest. Brusco sprofondò nel magico mondo di Zeffirino: avevano trovato la combinazione per camminare insieme fuori dai sentieri già battuti. Davanti a loro, solo il mare.
Il vento scemò e l’irrequieta massa d’acqua indietreggiando scopriva numerosi granchiolini dalla pelle rugosa che, con le industriose zampette, cercavano di aprirsi una via tra gli scogli. Ora l’acqua era quieta come olio. Zeffirino si era rannicchiato fra le braccia nerborute del padre, che respirava a pieni polmoni quel piccolo miracolo fatto della sua stessa pelle. La manina calda di Zeffirino era nella sua. Il resto non importava.

Cristina Cortelletti, La terra delle meraviglie, in Voci Nuove 7, a cura di Daniele Falcioni, Rapsodia, Roma 2020, pp. 109-120.

foto di Annie Spratt da Pixabay




Raccolta di racconti e poesie: Voci Nuove

Lavoro finale del corso di scrittura creativa di Daniele Falcioni

Quando la mia amica Silvia mi ha portato il suo regalo di Natale si capiva fosse un libro, ma non capivo quel sorriso sicuro che le illuminava il viso «Questo non c’è nella tua libreria, contaci!» e solo dopo averlo scartato ho gioito e compreso: il libro in regalo è l’ultimo volume Voci Nuove edito da Rapsodia Edizioni uscito a dicembre.
Non poteva farmi regalo più bello, perché nel libro ci sono anche i racconti e le poesie a firma Silvia De Felice.

Voci Nuove volume 7 è una raccolta di racconti e poesie frutto di un anno di duro lavoro di otto autrici che seguono da alcuni anni il corso di scrittura creativa di Daniele Falcioni ad Aprilia.
Un lavoro certosino, fatto di idee, tagli, revisioni, fogli accartocciati, cancellature e frasi trasportate da pagina in pagina che si è svolto da remoto, visti i provvedimenti di distanziamento dovuti al Covid-19 e anche perché il loro docente è insegnante di Lingua Italiana all’Università di Edimburgo.

Incisiva e toccante la prefazione al libro del docente Falcioni il quale, prendendo a prestito le parole di Gottfriend Benn, afferma come durante quest’anno lui, insieme alle sue autrici

 

Abbiamo vissuto qualcosa di diverso, pensato qualcosa di diverso da ciò che ci aspettavamo, e ciò che rimane è qualcosa di diverso da ciò che avevamo in mente

 

Ho avuto il piacere di leggere i racconti di Silvia De Felice quando ancora erano in fase di revisione ma la forza della sua capacità narrativa è così insita nelle parole utilizzate che, leggendoli ora inseriti in un libro, mi hanno fatto dimenticare completamente chi fosse l’autrice spingendomi ad arrivare fino in fondo ad ogni racconto catturata dal ritmo incalzante.
Ha prevalso il testo rispetto al legame e credo che questo sia quanto di più bello possa sentirsi dire chi scrive per il puro piacere di creare storie, perché non conta chi sia a narrarle ma la capacità che hanno le parole di far viaggiare il lettore.

Ho amato il profondo senso di amicizia tra Elisabeth, Arthur e John in “Adagio” e sono rimasta piacevolmente catturata dall’energia di “Avventura di un’estate” mentre non oso dare un giudizio sulle poesie inserite nel volume in quanto considero l’arte della poesia come qualcosa di estremamente personale, capace di innalzare l’animo o di passare senza alcun smottamento interiore in relazione allo stato emotivo del lettore.

Ci tengo a inserire i nomi di tutte e otto le autrici del volume in ordine alfabetico: Laura Avati, Martina Belvisi, Meri Borriello, Ninni Caraglia, Cristina Cortelletti, Silvia De Felice, Valentina Pucillo e Silvia Zaccari.

Voci Nuove è volume che merita di essere letto per la grande capacità narrativa delle autrici, ciascuno con un proprio stile e, proprio per questo, capaci di soddisfare e di raggiungere il cuore di diversi tipi di lettori.

Voci Nuove è disponibile nelle librerie di Pomezia e Aprilia e mi auguro che presto possa esserci l’occasione di una bella presentazione in presenza.