“Una donna turchese” – Andreina Swich ci racconta Serra Yilmaz

Questo è un libro disordinato. La Turchia è disordinata, anche la storia dei suoi ultimi cento anni è disordinata. Serra Yilmaz è disordinata. Istambul è meravigliosamente disordinata, persino il Bosforo è disordinato col suo andirivieni di barche in tutte le direzioni, la lingua turca è solo apparentemente ordinata perchè tutte le sue regole hanno rigorose eccezioni. Ma il disordine della Turchia (e di Serra Yilmaz) nasconde un fascino ed una logica accattivanti.”

Copertina del libro

Copertina del libro

Comincia così ” Una donna Turchese” di Andreina Swich. La scrittrice racconta di aver preso il “virus turco” durante un suo viaggio in Turchia. La scintilla è scattata dopo aver constatato la non vericità dei luoghi comuni e degli stereotipi legati al mondo islamico. Spesso infatti si confonde la nazionalità con la religione, cose nettamente distinte. La Swich riporta a proposito la storia di un ingegnere di Ankara. Quest’ultimo, in forze ad un ministero, dopo aver consegnato un lungo e complesso articolo scientifico ad una rivista inglese, vide pubblicare in testa all’articolo, la foto della Moschea Blu. “Perchè mi chiedo identificarmi con un simbolo religioso? Vicino agli articoli dei colleghi italiani non mettono certo la foto della Basilica di San Pietro. Oltretutto ” aggiunge lo scienziato” anche all’interno del mio ambiente rischio di essere identificato come un islamico.”

La scrittrice, durante il suo soggiorno in Turchia, si rese conto quindi che l’equazione turco uguale musulmano è del tutto fuorviante e molto rischiosa. Da qui l’idea di scrivere un libro sulla Turchia. E quale miglior modo per farlo se non raccontare la storia personale di una donna turca! Come ambasciatrice scelse Serra Yilmaz. Quest’ultima, attrice e intellettuale nota in tutto il mondo, è la nostra “donna turchese”.

Una testimonianza che si lega alle molte interviste, ai racconti, alle battaglie pubbliche e private di altre donne che la scrittrice ha incontrato ed ascoltato. Un libro divertente, appassionato, a tratti anche drammatico, sullo sfondo suggestivo del Bosforo.

Pomezianews ha intervistato, “anche” per voi, Andreina Swich.

D: Da dove nasce l’idea del libro?

R: Sono contenta che si parli ancora di questo libro uscito alla fine del 2009 ma che è ancora estremamente attuale. La genesi del libro è raccontata nei primi capitoli ed è riassumibile con l’idea di un innamoramento, il mio per un paese che non conoscevo. Proprio come succede  tra le persone, con questo paese è scattato un amore, non un amore cieco, bensì quello che mi ha fatto osservare tutto con occhi indulgenti, critici, affascinati e sorpresi. Sorpresa innanzi tutto.

D: Ci parli della sua prima volta in Turchia.

R: La prima volta è stato un viaggio con la mia famiglia: sapevo così poco di Turchia ma avevo una grande voglia di imparare e di conoscere perché vedevo che nulla era come mi aspettavo. Tutti i pregiudizi degli europei crollavano man mano che il viaggio procedeva e crescevano le scoperte. Soprattutto i miei occhi si sono soffermati sul mondo che mi è più vicino, quello delle donne e ho visto una realtà molto diversa da quanto in europa si pensa: le donne in Turchia, un paese musulmano, non vivono genericamente una realtà di soprusi, perché la situazione è molto più ricca e articolata. Con questo libro ho condotto una indagine in questo mondo offrendo molte informazioni, partendo dalla storia di un personaggio noto ed amato, l’attrice Serra Yilmaz. Accanto alla sua storia quella di altre donne

D: Se volesse dare un consiglio su come conoscere e scoprire la vera Istanbul, quale sarebbe?

Andreina Swich e Serra Yilmaz

Andreina Swich e Serra Yilmaz

R: Istanbul affascina da secoli i viaggiatori di tutto il mondo. La sua storia e la sua posizione geografica la rendono unica: la prima cosa che raccomando è di viverla assorbendo tutti i suoni e i sapori che in cui ci si imbatte, dimenticando qualsiasi pregiudizio, ma godendo della atmosfera magica di ogni suo angolo. Raccomando poi nello specifico di non trascurare la parte moderna, soprattutto sulla sponda europea, e di non limitarsi a visitare quella storica del Corno D’oro. L’arte, la musica la moda d’avanguardia, la cucina (importantissima) hanno in Istanbul una vera culla per lo sviluppo di nuove idee e tendenze che ben si combinano con le tradizioni secolari. Gallerie d’arte, atelier, locali, discoteche, eventi artistici e culturali, ristoranti e jazz club, a Istanbul si trova di tutto e per tutti i gusti.

D: Che similitudini ha riscontrato tra le donne italiane e quelle turche?

R: Moltissime sono le similitudini tra le donne italiane e le turche! In tempi di orribili femminicidi non possiamo sentirci superiori e va ricordato che le leggi turche non hanno da invidiare nulla a quelle europee, sul modello delle quali sono state studiate. Certo è che è in atto una strisciante islamizzazione di questo paese ufficialmente laico, e quindi i pericoli per la condizione delle donne più deboli, cioè delle aree periferiche e  decentrate sono in aumento. Cioè là, dove una distorta concezione della famiglia da adito al mantenimento di tradizioni e regole di grande ingiustizie e violenza. Ricordo però il commento di una amica siciliana che nelle pagine del libro ha ritrovato molto della realtà delle nostre province del sud, per lo meno di pochi anni fa.

D: Quali sono state le maggiori difficoltà  che ha incontrato nel reperire le testimonianze?

R: Con piacere dico che non ho avuto difficoltà nel condurre la mia indagine. Innanzi tutto perché presentandomi come l’autrice di un libro su Serra Yilmaz tutte le porte si sono spalancate, essendo Serra personaggio molto amato. Inoltre c’era molta fierezza da parte delle donne nel confermarmi che la Turchia moderna nasce come paese laico e come esempio di un Islam definibile moderato, dove le battaglie delle organizzazioni femminili hanno condotto a grandi risultati. Oggi forse il problema è la difesa di questi risultati importanti per frenare tendenze antidemocratiche e minacciose per la condizione non solo femminile ma dell’intera società.

D: Ci parli del connubio Andreina  Swich – Serra Yilmaz. Com’ è stato lavorare con lei?

R: Lavorare con Serra è stata una avventura stupenda durata 3 anni. In realtà non è mai stato un lavoro, ma davvero un percorso di conoscenza del suo paese meraviglioso e di una donna che continuo a definire straordinaria. Ho inseguito Serra non solo nella sua città ma anche in giro per l’Italia e ho conosciuto molti dei suoi amici, tutte figure di spicco della intellettualità istanbuliota. Ho dedicato un capitolo solo a questo percorso da cui è scaturita una amicizia ormai indistruttibile. Moltissimo divertimento, molte risate, molta ironia e tanta solidarietà: ho visto piangere Serra per amore, ma anche per il dolore che i ricordi più drammatici della sua vita le provocano ancora. Ferite profonde legate a lutti, a perdite, a ingiustizie. Non dimentichiamo che la storia della Turchia moderna comprende anche passaggi bui come i tre colpi di stato militari feroci, esperienze che lasciano segni indelebili.

D: Pensa di scrivere qualcos’altro inerente a quest’argomento?

R: Chissà chissà…. le idee non mancano, anzi! E la Turchia offre ancora tanti spunti, è un paese da tenere d’occhio!




“In viaggio con le amiche”, una piacevole guida per “pink in break”!

Tappa nella capitale? Approfittate del pacchetto del Black Hotel, indirizzo di design, che include tra i servizi la possibilità di fare una manicure, per donare alle mani un aspetto sensuale e raffinato, o un trattamento alla paraffina che regala piedi morbidi e curati. E all’estero? Il Bella Sky Comwell di Copenaghen è il primo albergo in Europa ad avere un intero piano, il diciassettesimo, dedicato al gentil sesso. Il nome del piano è Bella Donna, e ha un sistema di sicurezza degno di una banca: vi si accede con delle speciali chiavi fornite solo al pubblico femminile. C’è un’area lounge con latte, tè verde, spremute fresche, riviste e uno spazio per acquistare kit di emergenza trucco.”

Copertina del libro "In viaggio con le amiche"

Copertina del libro “In viaggio con le amiche”

Questi e tanti altri utilissimi consigli li troverete nel libro “In viaggio con le amiche” di Isa Grassano. Grazie a questi “spunti di viaggio” passerete dei piacevoli break all’insegna della buona cucina, del relax..e non solo. Musei, monasteri, parchi divertimento, mare, montagna e shopping aspettano soltanto voi. Dove andare? Le mete descritte dall’autrice sono tante e adatte a donne di tutte le età. Essendo un’incallita viaggiatrice ho intervistato con gioia Isa, una delle nostre giornaliste più esperte nel settore del turismo.

D: Come è nata l’idea del libro?

R: Da un desiderio comune alla maggior parte delle donne (lo affermano anche le statistiche) di condivisione – per un giorno, un week end o una settimana – con una persona che “vede” il mondo come noi. Questo non vuole dire che se viaggi con un’amica, o più di una, non hai uno straccio di fidanzato, marito o amante (io stessa sono sposata). Pur stando bene in coppia e in famiglia, si ha voglia di staccare dalla routine quotidiana e di fare una vacanza che sia “complice”. E poi io ho la fortuna di viaggiare per lavoro con amiche e colleghe speciali come Lucrezia, Alessandra, e quindi è stato naturale anche mettere su carta le mie esperienze e i luoghi “pink” incontrati sul nostro cammino.

D: Qual è stato il viaggio che ricorda con più piacere?

R: Ogni viaggio ha in sé qualcosa di speciale e per quello si ricorda con piacere. Come ha scritto una volta lo scrittore Pico Iyer, “viaggiamo per ritornare ad essere dei giovani pazzi, per rallentare il tempo, farci ingannare e innamorarci di nuovo”. Ecco è questo lo spirito dei miei viaggi. Di ogni posto ricordo qualcosa e qualcuno. Di Parigi rivedo le mille luci e la magica atmosfera dei quais lungo la Senna, gremiti di bancarelle di librai, ma in particolare ricordo i bouquinistes, i leggendari ambulanti che espongono centinaia e centinaia di libri antichi o semplicemente usati. E c’è da rimanere incantati a sfogliare quelle pagine dalla grana porosa e farsi trasportare con la fantasia lontano. Di Luxor non riesco a dimenticare i colori accesi che creano giochi di luce tra le Valli assolate dei Re, le forti tonalità dei paesi sulle sponde del Nilo e quel profondo silenzio che regna sovrano lungo le tombe dei Faraoni, ma ancor di più lo sguardo di Manuél che voleva a tutti i costi il mio swatch o di Nefysa alla quale ho regalato il mio cappellino di paglia che serviva a proteggermi dal sole. E mi ricordo di Omar tutte le volte che, sulla mia scrivania, accanto al computer vedo le due bigotte, le bamboline in pezza che il piccolo mi ha venduto, a sole 1 lira (egiziana). <Una lira, una lira>, continuava a ripetermi, con lo sguardo furbo e il sorriso mesto, recitando a memoria la sua parte che aveva imparato bene per convincere i turisti, ed io mi chiedevo perché dovesse fare così tanta fatica per guadagnare qualche spicciolo.

D: Qual è la sua prossima meta?

R: In Italia, la Sardegna, la Valle dell’Erica di Santa Teresa di Gallura. Fu il primo villaggio turistico costruito sull’isola e oggi è una vera oasi di relax, ristrutturato da Delphina e trasformato in un elegante Resort. Visto che non ho fatto vacanza in estate, sono certa che questi tre giorni mi rigenereranno. C’è anche il Centro Thalasso & SPA “Le Thermae”, in uno scenario naturale tra i più belli del Mediterraneo – 1400 m di costa incontaminata, un panorama che domina a 180° sull’isola disabitata di Spargi, la lunga spiaggia a forma di mezzaluna e le piccole calette di sabbia bianca che si perdono tra le acque limpide e cristalline.

All’estero, stiamo organizzando un viaggio all’isola di Bermuda, nel nord dell’Atlantico, a sole due ore di volo da New York. Sembra fatta a misura di donna e la curiosità è che qui il colore dominante è proprio il rosa. Case, mappe stradali, i fiori nei giardini, fino ai bermuda, i celebri calzoncini al ginocchio, hanno tutti questa tonalità che dicono essere la più positiva che ci sia

D: Come dice Irene “Prima di partire per un lungo viaggio, devi portare con te la voglia di non tornare più..” Le è mai capitato durante uno dei suoi viaggi di “avere la voglia di non tornare più?

R: Non mi è mai capitato. Amo partire spesso, ma amo sempre tornare a casa. Alle mie abitudini e, soprattutto, amo così tanto la mia Italia che non la cambierei con nulla. In un posto ci sto bene massimo 15 giorni, poi sento “nostalgia”. Certo è che una volta rientrata, sono capace di ripartire dopo pochissimo.

D: “Ricordate che fidanzate, mogli, compagne, dopo un viaggio al femminile, tornano sempre più entusiaste, pronte a dare nuovo vigore alla vita di coppia. Quindi, niente bronci, lasciatele andare…” Suo marito Antonio la lascia andare?

R: Io ho l’attenuante che sono viaggi di lavoro. Battute a parte. Un po’ mette il broncio ma sa anche che per me viaggiare è importante, come sa che ho davvero tante amiche con le quali sto bene e amo condividere esperienze. Agli altri uomini dico che una donna torna sempre ricaricata dopo aver vissuto emozioni in giro per l’Italia o il mondo, ma anche semplicemente dopo essere riuscita a rilassarsi per un giorno in un centro benessere. Quindi ben vengano questi momenti “in rosa”.

D: Un consiglio spassionato a tutte le donne che stanno per mettersi in viaggio.

R: Partite senza sensi di colpa, ma motivate da un grande spirito di curiosità. Portate con voi un bloc notes per appuntare le emozioni più belle che, a volte, valgono più di una fotografia, spesso scattata distrattamente. Non dimenticate di mettere in valigia una sacca vuota da riempire di prodotti tipici e souvenir del luogo che si visita.

D: Ci sarà un “In viaggio con le amiche 2?

R: Un secondo libro per il momento no, ma c’è un pink blog: www.amichesiparte.com, che è lo sviluppo costante dell’idea del libro e lo gestisco insieme alla collega e amica, Lucrezia Argentiero, con la quale sono spesso in viaggio insieme. Qui, oltre, a selezionare mete sicure perché la sicurezza è un aspetto fondamentale quando si parte tra donne, ci sono varie rubriche in cui le donne si ritrovano alla perfezione. Un esempio è la rubrica i viaggi di gusto, perché è vero che le donne sono sempre attente alla linea, ma le eccellenze gastronomiche sono una ricchezza anche per l’umore. E ancora: posti insoliti per festeggiare con le amiche l’addio al nubilato, le cose da fare gratuitamente. Oppure “in viaggio con i peli”, a cura di Serena Colavita, “croce” del nostro corpo, e “delizia” quando si parla di cani da portare in vacanza.

C’è anche Check-in Vip per cantanti, scrittrici, attrici, donne impegnate in politica o nel sociale che accettano di aprirsi e lasciare i loro ricordi legati a viaggi, valigia, sogni.

Infine, c’è “Rosa Piccante”, una rubrica di racconti di viaggio al femminile in chiave erotica. Per dare un tocco piccante al rosa.

Tra gli altri miei progetti, nell’immediato futuro, c’è una nuova guida sui “locali chic d’Italia”. Sicuramente perfetti anche per un incontro tra amiche che sia di classe.

Grazie Isa!

ISA GRASSANO, Giornalista freelance

Isa Grassano

Isa Grassano

Da bambina alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” rispondeva: «o la hostess di volo o la giornalista”. Quando si è resa conto di non superare il metro e sessanta di altezza, ha dovuto optare per la seconda ipotesi, ma non ha rinunciato alla sua passione per i viaggi e al desiderio di trasferire emozioni su carta. Giornalista professionista da gennaio 2008  (e prima pubblicista dal 1995) ma sempre come freelance collabora con «I Viaggi di Repubblica», «Il Venerdi di Repubblica», «Elle», «Marco Polo», «Gioia», «Turisti per Caso», «Cosmopolitan», «VdG Magazine», viaggiando molto per il mondo, ma anche esplorando “l’Italia minore”.

Parte di continuo ma non ha ancora capito come fare una valigia. Dimentica tutte le volte qualcosa. Una volta persino i calzettoni di lana, peccato si trovasse in Norvegia a meno 20 gradi. Per fortuna ci sono le amiche e colleghe che viaggiano con lei a supportarla. É una chiacchierona e non potrebbe mai andare da sola. Si annoierebbe tanto. Meglio stile Thelma e Louise. Lei vorrebbe la parte di Thelma, sperando che, come nel famoso film, le capiti prima o poi di incontrare un uomo modello Brad Pitt. E per questo ha scritto un manuale rosa «In viaggio con le amiche» edito da Newton Compton e insieme alla collega Lucrezia Argentiero, gestisce il pink blog: www.amichesiparte.com.

La guida segue l’altro libro di successo mediatico, 101 cose divertenti, insolite e curiose da fare Gratis in Italia» sempre Newton Compton (2011), recensito da quasi tutte le testate, molte radio e televisioni.

Il suo motto? È sempre a tema gratuità e si rifà a Enzo Biagi: “Avrei fatto la giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti”.




Percorsi dell’identità digitale: l’evoluzione dei social network

La lenta ed inesorabile evoluzione dei social network sembra aver raggiunto il suo picco massimo con i giganti Facebook e Twitter; tuttavia la storia delle relazioni sociali mediante l’utilizzo di reti telematiche è una realtà che ha impiegato decenni per diffondersi e sdoganare il luogo comune che la voleva alla portata esclusiva degli “smanettoni tecnologici”.

Social Network

Social Network

La comunicazione è alla base dell’idea che portò i primi ricercatori a creare una rete tra diversi computer, differente dai sistemi di comunicazione dell’epoca (siamo nel 1969, e l’ipotesi di un attacco nucleare rende necessario un sistema meno vulnerabile e più efficiente), in grado di trasmettere informazioni differenti a grandi distanze. Internet nasce con il patrocinio del dipartimento della difesa degli Stati Uniti, ma si sviluppa grazie alle università: i ricercatori hanno finalmente un modo veloce ed estremamente comodo per confrontare il proprio lavoro.

Dobbiamo balzare avanti fino al 1988 per assistere alla nascita del primo IRC (Internet Relay Chat), ossia il primo sistema di comunicazione fra due o più utenti, che aprirà la strada a mIRC, ossia il primo client a sviluppare una certa popolarità fra i possessori di personal computer; siamo nel 1995 ed il pc non è più appannaggio dei soli esperti: la possibilità di comunicare con persone a distanze considerevoli viene arricchita da un sistema mediante il quale è possibile conoscere persone con interessi comuni, separate da migliaia di chilometri di distanza. In una celebre battuta di qualche anno fa il comico Corrado Guzzanti si chiedeva cosa dovessero dirsi lui e un aborigeno: la risposta sono i “canali” di mIRC, ossia chat fra gruppi di diversi utenti accomunati dalla voglia di scambiarsi informazioni o semplicemente chiacchierare riguardo un determinato argomento.

Un sistema simile ma allo stesso tempo diverso è rappresentato dai cosiddetti forum: comunità virtuali di utenti che si scrivono, condividendo una passione, pur non conversando in tempo reale. La capacità di presentare se stessi in una luce del tutto nuova a persone sconosciute, scegliendo un’immagine che ci rappresenta (i primi avatar), una frase ed in generale un atteggiamento nei loro confronti, che può essere finalmente differente da quello assunto nei contesti relazionali della cosiddetta “vita reale”, apre un modo nuovo di ripensare a se stessi. Trasmettere determinate caratteristiche della propria personalità, recitarne altre, grazie alla non-località della comunicazione, e stabilire come si sceglie di apparire, diventa un gioco intrigante per i primi internauti.

mIRC

Interfaccia mIRC

Protetti dietro l’anonimato del nickname, hanno la possibilità di riprogettare la propria vita, attraverso la scelta più o meno consapevole del loro avatar: è come avere un guardaroba illimitato che ci permette di cambiare non solo i vestiti, ma qualunque aspetto riguardante la relazione con le altre persone. E’ un fenomeno in primis autoreferenziale, che mette di fronte ai propri limiti, desideri, aspettative: riprogettare telematicamente la propria identità, oltre a costituire un divertente passatempo, rappresenta un modo per riflettere sulla propria vita, ed al contempo un processo di catarsi. La celebre affermazione di Sartre “L’inferno sono gli altri” viene mitigata dalla possibilità di emulare quelle caratteristiche degli altri che vorremmo fossero nostre: non si è più condannati ad essere se stessi, prigionieri della propria identità, inserita in una rigida struttura di rapporti sociali. ll tuo aspetto attuale è quello che noi chiamiamo “immagine residua di sé”, la proiezione mentale del tuo io digitale. (Morpheus, dal film Matrix)

Una trasformazione dei rapporti interpersonali di questo tipo deve ancora essere metabolizzata a livello socioculturale, e le conseguenze si vedranno a lungo termine, tuttavia è il necessario prezzo da pagare per saziare gli appetiti di comunicazione ed autorappresentazione che ci identificano. La creazione di identità multiple non è, ovviamente, un fenomeno che avviene solo grazie alla rete (basti pensare ad un impiegato d’ufficio che la sera si “trasforma” per andare ad un concerto rock), tuttavia essa moltiplica in maniera esponenziale la creazione degli “Io digitali”, che utilizziamo per rimanere connessi: i cosiddetti account. L’evoluzione dei social network è un fenomeno che ha costretto gli utenti a creare differenti profili, condividendo diverse informazioni riguardo se stessi, anche in base agli ambiti ed alle modalità di comunicazione. Se in un primo momento assistiamo alla distinzione tra chat e forum, col passare del tempo vengono a crearsi altre piattaforme che privilegiano contenuti differenti: i blog, diari multimediali che spaziano da stralci di pensieri e riflessioni intime a pagine web dove riportare notizie ed informazioni riguardanti settori specifici (un blog di recensioni cinematografiche, o di cucina, ad esempio); Skype, ossia

l’evoluzione della messaggistica istantanea, che ripropone la conversazione a voce implementata dalle immagini video (con diversi supporti che la sostituiscono tout court alla telefonia tradizionale); Myspace, pensato per la musica ma divenuto un formato diverso di blog; Youtube, forse il più riuscito fra i social network quanto a longevità, anche se in questo caso non c’è bisogno di possedere un account o condividere informazioni per usufruirne (ma grazie ai moderni smartphone sempre più persone decidono di condividere in video momenti della loro vita privata); Msn Messenger (ormai inglobato da Skype), con una chat di contatti in grado di scegliere se rendersi o meno visibili per avviare una conversazione.

L’idea comune dietro ai più popolari social network era proprio la possibilità di costruirsi un identità, a cominciare dal nickname, e condividere solo le informazioni scelte accuratamente, che rappresentassero ad una selezionata cerchia di utenti  l’immagine che si voleva dare agli altri. Anche i siti di incontri o per appuntamenti condividevano in parte una gestione dei contenuti di questo tipo: si caricavano foto, si sceglieva un nick (che continuava a garantire l’anonimato in caso di incontri indesiderati) e ci si descriveva in maniera più o meno veritiera (cercando di utilizzare tutti gli accorgimenti per “vendersi” in maniera appetibile ai potenziali partner, ed arrivare poi alla prova dell’incontro “reale”).

Facebook rappresenta l’implosione di questa evoluzione dell’autorappresentazione

Facebook

Facebook

digitale: nato come sito per facilitare la comunicazione tra gli studenti dell’università di Harvard, fa dell’onestà il suo cavallo di battaglia. Si utilizza generalmente il proprio nome e cognome ed una foto della persona (più o meno aderente alla realtà, ma comunque simile al concetto di “fototessera”), si condividono informazioni riguardo i propri studi, il proprio lavoro, la città di nascita e di residenza: per i più paranoici questo rappresenta una schedatura globale; da un punto di vista più oggettivo è, semplicemente, un sistema che funziona nel migliore dei modi per incontrare e mettersi in comunicazione digitalmente con i propri conoscenti e fare nuove amicizie. Uno dei motivi per cui facebook prende piede è proprio la possibilità di rincontrare compagni di scuola o amici di infanzia, non più celati da un nickname fantasioso ma finalmente riconoscibili in foto. La creazione di una rete di conoscenze formata da persone più o meno intime fomenta la voglia di condividere i contenuti, sia per metterli a disposizione degli altri, sia per ricercare, in maniera più o meno cosciente, la loro approvazione. Nella maggior parte dei casi è un sistema di condivisione molto più istantaneo rispetto ai predecessori, aggiornato continuamente proprio per la semplicità con cui si condividono i contenuti: scrivere un post in un blog richiedeva tempo e voglia, aggiornare il proprio stato su facebook è tanto veloce quanto effimero. Si possono sempre scegliere quanti e quali dettagli fornire riguardo la propria vita, ma è uso comune filtrare molto meno rispetto a prima. Ovviamente esistono delle eccezioni, profili falsi e nomi di fantasia; ma è innegabile nella maggior parte degli utenti il disvelamento del velo che costituiva l’“io digitale”, oltre alla voglia di presentarsi agli altri, nell’affannosa ricerca del giusto mezzo fra “essere” ed “apparire”. La diffusione capillare di questa nuova modalità di auto-rappresentarsi ha fatto sì che anche persone di una certa età, fino a quel momento completamente disinteressate dalla comunicazione digitale, si buttassero nel (mi si passi l’espressione) “pollaio telematico” del web 2.0.

E’ ancora troppo presto per trarre conclusioni o fare bilanci (ed il discorso diventerebbe troppo lungo) ma vi invito a riflettere sul rapporto che intercorre fra voi ed il vostro io digitale, com’è cambiato e maturato nel corso del tempo, e se ritenete che l’immagine che date di voi stessi sia il più possibile aderente alla realtà che vivete o che piuttosto vorreste vivere.




Antropocene – La Terra entra in una nuova era

“Antropocene” (dal greco anthropos, uomo) è un neologismo coniato nel 2002 dal chimico olandese Paul J. Crutzen – Premio Nobel per la chimica (1995) – per definire una nuova era geologica. Quest’ultima, secondo lo scienziato, si distinguerebbe da quella attuale (Olocene) per l’impatto indelebile dell’uomo sul clima e sull’ambiente.

Paul Jozef Crutzen

Paul Jozef Crutzen

Il chimico, durante un convegno scientifico riguardante l’ultima glaciazione, non appena sentì un relatore nominare l’Olocene disse ad alta voce: “ Basta, non siamo più nell’Olocene ma siamo entrati nell’Antropocene”. Il concetto piacque molto ed infatti da allora il neologismo cominciò a comparire in diverse riviste scientifiche. Il nuovo termine però non viene ancora utilizzato dai geologi in quanto, secondo quest’ultimi, l’impatto umano non è ancora stratigraficamente significativo. Attualmente Zalasiewicz, direttore del gruppo di lavoro dell’International Commision on Stratigraphy (ICS), ha il compito di stabilire in maniera ufficiale se l’Antropocene meriti di essere inserito o meno nella cronologia geologica. La decisione finale sarà però presa congiuntamente dall’ICS e dall’International Union of Geological Sciences. Molto probabilmente ci vorranno anni prima che il termine divenga una nuova era geologica a tutti gli effetti ma nel frattempo le prove potrebbero diventare sempre più evidenti.

Infatti una delle domande cruciali a cui dover rispondere è la seguente: “è meglio decidere che l’Antropocene sia già iniziato o aspettare altri venti anni, quando la situazione sarà ancora peggiore?” Secondo Crutzen il 1750 può essere assunto come l’anno di confine fra le due ere nella scala dei tempi geologici. L’impatto umano sul pianeta, in aumento dalla rivoluzione industriale, è cresciuto in maniera esponenziale dopo la seconda guerra mondiale: una fase indicata come “grande accellerazione”.

Benvenuti nell’Antropocene – Paul J. Crutzen

Benvenuti nell’Antropocene – Paul J. Crutzen

 “Dal secolo scorso la popolazione è quadruplicata fino a raggiungere i sette miliardi d’individui attuali”, scrive Crutzen nel suo libro “Benvenuti nell’Antropocene!”- “la superficie coltivata è raddoppiata, quella irrigua è quintuplicata, la produzione industriale è aumentata di quaranta volte mentre sono diminuite le foreste e le specie animali”. Il prezzo pagato per quest’espansione è stato pesante: l’attività umana ha accresciuto di una o due volte l’erosione del suolo rispetto ai ritmi naturali degradando circa due miliardi di ettari, una superficie che equivale alla somma di Stati Uniti e Canada.

La minaccia più grave, tuttavia, viene dal clima. “La quantità dei gas serra di origine antropica ha superato i livelli dell’intero Quaternario e nessuno sa quali potranno essere le conseguenze. Le concentrazioni di anidride carbonica e metano sono le più alte registrate negli ultimi quindici milioni di anni”. “Se la temperatura globale dovesse aumentare di 5 gradi centigradi entro la fine del ventunesimo secolo, come prevedono i calcoli più pessimistici dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), il livello delle acque si alzerà di circa 7 metri e sommergerà gran parte delle aree abitate”. Questo impatto resterà nel registro geologico a lungo anche quando le nostre città saranno ridotte ad ammassi di rovine e polvere.

Il chimico olandese sottolinea comunque il fatto che la sua idea non è quella di riscrivere i testi geologici bensì di focalizzare l’attenzione sulle conseguenze delle nostre azioni per capire in che modo si possa evitare il peggio.

L’Antropocene quindi siamo noi. Siamo noi la variabile geologica attuale ed è nostra la responsabilità del futuro del pianeta. Abbiamo gli strumenti per invertire la tendenza al degrado che noi stessi abbiamo innescato e inaugurare un’epoca di sviluppo sostenibile che non metta più a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza.