Venezia 73 – Sorrentino non delude, Mel Gibson si veste da pacifista

venezia73A più di una settimana dall’inizio della 73.ma Mostra D’Arte Cinematografica di Venezia, è già tempo di bilanci

di Martina Farci

Vi avevo lasciato con la curiosità di scoprire cosa poteva nascondersi dietro le prime due puntate della serie televisiva The Young Pope di Paolo Sorrentino con Jude Law. Ebbene, le altissime premesse non hanno deluso le aspettative, ma anzi hanno alzato l’asticella per il proseguo della serie.

Divertente, ironica, visivamente impeccabile, The Young Pope ci parla di un mondo, quello della Chiesa, molto contradditorio, con un ipnotico Jude Law nei panni di Papa Pio XIII, il primo americano della storia, tra sigarette, Coca Cola Zero e richieste assurde. Nel cast troviamo anche Diane Keaton e Silvio Orlando. E se ne avete l’occasione, non perdetela su Sky Atlantic dal prossimo 21 ottobre.

In concorso, poi, è stato presentato il sedicesimo film di Francois Ozon, “Frantz“, con Pierre Niney e Paula Beer. Elegante e in bianco e nero, l’opera racconta la storia di una giovane ragazza tedesca che, finita la prima Guerra Mondiale, si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato morto. Lì incontra un ragazzo francese che piange anche lui un amico. Tra i due nasce un’amicizia, ma le ferite della guerra sono ancora troppo profonde per entrambi. Frantz, che ha trovato consenso unanime da parte di critica e pubblico, è uno dei favoriti per il Leone d’Oro, oltre a candidare i propri protagonisti per la Coppa Volpi per le migliori interpretazioni.

Chi invece non concorre per nessun premio, ma è stato ugualmente capace di emozionare con il suo nuovo film da regista, è James Franco, con In Dubious Battle. Ambientato durante la Grande Depressione americana in un campo di agricoltori che si occupano della raccolta della mele, il film si rivela una visione corale molto realistica su un periodo della storia che ha lasciato dietro di sé molte ferite, sia fisiche sia psicologiche. Ad imprimere discorsi coinvolgenti e, per certi versi attuali, ci pensano un convincete James Franco e un sorprendente Nat Wolff. Nel cast, oltre a loro, anche Josh Hutcherson, Selana Gomez e i camei di Bryan Cranston e Robert Duvall.

Potrei stare qui ancora ore a parlarvi dei film visti, perché sono davvero tanti. E come ogni anno qualcuno ti resta nel cuore, qualcuno purtroppo si dimentica facilmente e qualcuno ti fa pensare, come Hacksaw Rodge di Mel Gibson con Andrew Garfield nei panni di Desmond Doss, che a Okinawa, durante uno degli episodi più cruenti della Seconda Guerra Mondiale, salvò settantacinque uomini senza mai sparare un colpo di pistola.

Temi non sempre facili quelli affrontati quest’anno, ma che indubbiamente portano a più di qualche riflessione. Ora, però, sfidando la stanchezza degli ultimi giorni, bisogna guarda quel che resta, sperando in qualche gradita sorpresa. Poi, sarà tempo dei pronostici.

Martina Farci




Pomezianews a Venezia 73 tra musical, alieni e vendette

Michael Fassbender e Alicia Vikander in conferenza (Foto di Martina Farci)

Michael Fassbender e Alicia Vikander in conferenza (Foto di Martina Farci)

La 73.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è ufficialmente entrata nel vivo con le prime proiezioni, i red carpet affollati e il pubblico accorso al Lido per ammirare le star.

Dalla nostra inviata Martina Farci

Ma sono i film i veri protagonisti di questi giorni, spesso accompagnati da grossi applausi a favore di un consenso unanime da parte di critica e pubblico. Su tutti un La La Land che ha incantato e dato il via a dieci giorni di cinema, cinema e poi ancora cinema.

Il film di Damien Chazelle, già autore dell’esuberante Whiplash, è un’autentica opera audiovisiva che lascia ammaliati per la bellezza della messa in scena e l’alchimia degli interpreti. Protagonisti Emma Stone e Ryan Gosling – grande assente, però, al Lido – in un musical che è un inno alla musica, ai sogni e all’amore, ma che non riserva un pizzico di amarezza a malinconia.

Per una rossa, Emma Stone, che parte, un’altra, Amy Adams, si rende protagonista di ben due film: Arrival di Denis Villeneuve e Nocturnal Animals di Tom Ford. Entrambi in concorso, il primo è un film di fantascienza che però racconta temi molto più umani, come l’importanza della parola e del linguaggio, in un emozionante viaggio tra presente e futuro, dove gli alieni sono solo un tramite per una comprensione ben più profonda. Nel cast anche Jeremy Renner, presente anche lui a Venezia. In Nocturnal Animals, invece, la Adams condivide la scena con Jake Gyllenhall, Michael Shannon e Aaron Taylor-Johnson in un film dove l’estetica è padrona grazie alla maestria di Tom Ford, ma che è anche a servizio di una storia sulla vendetta, sui rimorsi e sulla difficoltà di perdonare.

A deludere, invece, è la nuova coppia più glamour di Hollywood, ovvero Michael Fassbender e Alicia Vikander, con The Light Between Oceans di Derek Cianfrence. Un melodramma che non restituisce l’intensità dell’omonimo romanzo, perdendosi in un racconto sulla maternità che non trova il giusto approfondimento su un tema di attualità, nonostante sia ambientato dopo la Grande Guerra.

Ora, però, ci attendono i primi due episodi di The Young Pope, la nuova serie televisiva di Paolo Sorrentino con protagonista Jude Law, e Hacksaw Ridge di Mel Gibson.

Ma siamo solo agli inizi.




Tragedia o Satira?

Sono passati solamente una manciata di giorni dai funerali di chi è rimasto vittima del terremoto che ha colpito la Valle del Tronto durante la notte del 24 agosto, eppure sorprese a dir poco sgradevoli, continuano ad orbitare intorno la vicenda.

Aprendo i giornali e pagine web di informazione, in molti avranno notato un disegno intitolato “Sisma all’italiana”, raffigurante un uomo soprannominato “penne al pomodoro”, una donna chiamata “penne gratinate” un ed un cumulo di macerie dalle quali fuoriescono mani e piedi di diverse persone schiacciate tra esse, intitolato “lasagne”. A rendere il tutto più macabro, ferite e bendaggi sui corpi di chi, secondo la briosa mano dell’autore, è scampato al crollo; sangue cosparso qua e là nell’immagine, tanto per riempire un menù che non vale la carta sul quale è stampato.
Cosa spinge uno storico settimanale satirico, conosciuto in tutto il mondo, a pubblicare una vignetta di questo tipo? Si può ironizzare con nonchalance su tragedie di tali proporzioni? La satira è quindi comunicazione senza regole e priva di confini? Chi o cosa è il bersaglio di questa vignetta? Gli italiani? I terremotati? La scarsa prevenzione? La politica? La cucina italiana?

“Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli”. Quanto sono attuali nella società moderna queste parole di Oscar Wilde? Più di quanto si possa immaginare e si può dedurre che la redazione di Charlie Hebdo abbia deciso (da tempo) di prendere alla lettera le parole dello scrittore dublinese. Sacrificare pietà e buon gusto sull’altare della pubblicità è una sprezzante e fredda mossa di marketing che poco ha a che fare con l’ironia ed il sarcasmo. Una mossa economica, che costa solo il prezzo di una matita, di un foglio di carta, dello stipendio e della dignità dell’autore; praticamente nulla in confronto ai ricavi derivanti da vendite, réclame e click provenienti da internet.

Persone decedute: donne, uomini, bambini, ragazzi, anziani, famiglie intere scomparse per sempre e turisti la cui unica colpa era quella di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Tutti assimilati a piatti di pasta “al sangue”, compresi miei concittadini che ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere e che oggi, grazie alla sedicente satira di alcuni “cugini” d’oltralpe, rivedo in una triste quanto raccapricciante vignetta.
Prima gli antichi greci e poi gli antichi romani ci hanno insegnato che tragedia e satira sono generi di comunicazione artistico letteraria ben distinti: oggi alcuni francesi hanno provato a mescolare il tutto per rivendere questo cocktail di grafite ed il risultato è sotto gli occhi di tutti. Missione riuscita quindi.

Questo sciacallaggio capitalista travestito da satira non terminerà certo qui dal momento che il confine tra il concetto di rispetto e quello di libertà di espressione è molto labile. Proseguirà perché ci saranno sempre eventi e vittime sulle quali lucrare senza freni ne barriere e alle quali nessuno dovrà render conto. Continuerà perché l’etica in questa società è destinata a soccombere di fronte ai suoi due più grandi avversari: l’ego ed il denaro. Oggi, in caso di necessità, si possono ridicolizzare anche i defunti.

Ci saranno sempre risposte che nessuno darà mai, ne prima, ne durante, ne dopo il terremoto.




L’Era Glaciale 5

eraglaciale2La “rotta di collisione” con la banalità decreta la fine della saga

Sono lontani nel tempo, anzi nelle ere, i fasti dei tre eroi principali, incamminati alla ricerca di quiete sulla terra agli albori della vita. In principio infatti furono Diego, Manny e Sid che cercarono pace dagli elementi della natura scatenati dall’immortale ed insopportabilmente divertente Scrat con la sua ghianda. E i tre amici li ritroviamo dopo quattro episodi ancora in questo quinto “L’Era Glaciale – In rotta di collisione” che la Blue Sky lancia in pieno ferragosto in Italia, con un anticipo sospetto, probabilmente temendo il successo delle altre produzioni che lanceranno i loro dardi animati da settembre.

La storia stavolta però non ha purtroppo più niente della geniale intuizione datata ormai 2002 e sembra anzi palesare fin dall’inizio il vuoto d’idee cosmico degli autori. Che infatti partono proprio dal cosmo, dove Scrat per raccogliere il suo “oggetto del desiderio” sale su un disco volante, sposta pianeti come fossero palline del flipper e scatena con una esagerazione che non fa neanche sorridere una pioggia di meteoriti contro la terra, cosa che potrebbe distruggere la vita sul nostro pianeta.

Ed allora i nostri tre eroi si adopereranno con l’aiuto di altri animalacci ed animaletti incontrati per la strada per tentare addirittura una deviazione cosmica e magnetica del meteorite per salvarsi e salvare la loro era, che ormai di glaciale non ha più nulla.

Girato con un 3D scialbo, senza entusiasmo e appena appena valido, come un compitino che prende la sufficienza, la vicenda sembra trascinarsi con una serie di colpi di scena che in realtà non spiegano ma confondono anche i più grandi, che pure i concetti di magnetismo e forza di gravità dovrebbero conoscerli molto meglio dei bambini a cui il film sarebbe rivolto. Si contano due, tre scatti da sit-com che strappano il sorriso in una noiosa rappresentazione di modernismo e modernità tra gli animali, che vediamo telefonare, ballare al ritmo delle Hit e giocare ad hockey in una scimmiottesca e sciocca rappresentazione del “passato al presente” che francamente annienta l’idea ecologista e poetica dei primi episodi. Episodi che non sembrano più neanche lontani parenti di questo cartoon che non lascerà nei vostri figli il benché minimo ricordo appena finiti i titoli di coda.

Ultima nota, anch’essa dolorosamente negativa la si assegna al doppiaggio italiano, dove soltanto il solito Pino Insegno è pronto a salvare il suo Diego e la sua reputazione, mentre è trascinata e stanca la voce di Filippo Timi, grande attore ma che al cospetto di un personaggio così noioso come il Manny scritto per questo episodio si perde inesorabilmente alla prima scena.

Mauro Valentini




“E poi non ne rimase nessuno”

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Biometria

Anche la biometria entra allo stadio

La questione “sicurezza stadio Olimpico” è sempre stata al primo posto nell’agenda del Prefetto Nicolò D’Angelo, ex poliziotto di ferro e dal 2014 a capo dell’ufficio più importante per la sicurezza della Capitale.

Nell’ottobre 2014 difatti, appena insediato la sua prima dichiarazione fu proprio in questo senso: «lavoreremo per evitare gli incidenti soprattutto all’esterno dello stadio Olimpico dove sono successi negli ultimi tempi gli episodi più gravi. Certo molto si è fatto ma miglioreremo quegli aspetti che sono stati studiati con l’Osservatorio.»

Il Prefetto aveva ragione ad esser preoccupato, Ciro Esposito era morto da pochi mesi in circostanze ancora tutte da chiarire, ma accadute a 2800 metri dal primo cancello dello stadio. Si, per il Prefetto era chiaro: il problema era fuori dello stadio. E che ci avesse visto giusto lo dimostrano i referti della Lega, che hanno multato la Roma e la Lazio solo per striscioni e cori, spesso con motivazioni straordinariamente fantasiose come quella che veniva definita “discriminazione territoriale”(infatti abolita subito dopo un anno di inutile applicazione) ma mai per atti violenti all’interno dell’impianto.

Semmai se un problema c’era e c’è ancora ai bordi del rettangolo di gioco sono gli ordigni e i petardi fatti esplodere con incredibile frequenza, quelli si molto pericolosi per l’incolumità pubblica. Ordigni che come tutti anche il Prefetto si sarà chiesto come facciano ad entrare se anche ad un comune tifoso con bambino a fianco gli vengono sequestrati i tappi delle bottiglie di plastica e fatto aprire l’incarto con il “panino con frittata di cipolle” d’ordinanza. Solo che il Prefetto D’Angelo dovrebbe non solo chiedersi come mai entrano ma trovare dall’alto della sua esperienza anche il modo di non farli entrare più, visto che si accede attraverso ben tre controlli e un tornello servo assistito elettronicamente.

Ed invece la strada intrapresa per la sicurezza, in barba ai proclami è ancora concentrata dentro lo stadio. Ci si è concentrati ancora li, in primis con l’intensificazione dei controlli in fase di acquisto di abbonamento o di biglietto singolo e poi creando ad inizio stagione 2015-2016 una serie capillare di divisori settoriali all’interno delle curve che ha sezionato gli spalti e la cui motivazione non è chiara se non nelle segrete stanze dell’osservatorio per l’ordine e la sicurezza. La particolarità di questi provvedimenti è che sono attuati solo all’Olimpico di Roma, che è l’unico impianto d’Italia a giurisdizione del Coni e non dei comuni o meglio (come nel caso di Sassuolo, Juventus e Udinese) delle stesse società.

Ma non è finita qui. Con la stagione che sta per iniziare infatti ecco un’altra trovata straordinaria che renderà ne siamo certi più sicuro ancora uno stadio ormai semideserto. Arrivano infatti i “controlli biometrici”.

Qualcuno ha visto al cinema “Minority Report” di Steven Spielberg con Tom Cruise?

Ebbene, il controllo è praticamente simile. In quel bellissimo film c’erano i sistemi di scansione oculare, qui il sistema è addirittura più sofisticato perché analizza i tratti somatici di quello che davanti al tornello inserisce il biglietto e se li tiene in memoria. Va da se che sarà impossibile entrare nell’impianto con cappelli, sciarpe e con il chador, questo perché altrimenti cosa scansiona lo “scansionatore” di volti? E soprattutto a che serve?

Il motivo è presto spiegato dal Prefetto D’Angelo: «se qualcuno all’interno si macchierà di un reato sarà facile rintracciarlo attraverso la memoria del sistema.» Un sistema che è davvero fantascientifico e che sarebbe piaciuto anche a George Orwell che, seppur armato di tanta fantasia letteraria non l’aveva previsto nei suoi romanzi, almeno per i controlli su una partita di calcio.

Ma che ci chiediamo quanto potrà incidere nella sicurezza? Ma se i biglietti sono già nominativi che senso ha usare questa macchina per registrare ulteriormente chi entra? La sicurezza di Roma è davvero tutta da concentrare intorno alle quattro bandierina del calcio d’angolo?

La metropolitana per esempio, non sarebbe stato il luogo più consono a sperimentare questo sistema di controllo, considerando l’allarme terrorismo sempre altissimo, il Giubileo e soprattutto il fatto che nessun controllo viene effettuato sui passeggeri, di nessun tipo? Chiunque la frequenta sa infatti che si può entrare con qualsiasi cosa pericolosa addosso con grandissima probabilità di non esser scoperto, basta avere il biglietto, tutt’altro che nominativo.

Torniamo allo stadio: per 50 mila spettatori le linee guida del Viminale scrivono che ci devono esser almeno 200 steward all’interno dell’impianto. 1 su 250. Nella metropolitana al controllo dei tornelli non solo non c’è l’apparecchio di rivelazione biometrico ma non ci sono quasi mai neanche quelli che dovrebbero verificare se chi entra lo fa con qualcosa di visibilmente pericoloso. Considerando che fonti del Comune di Roma indicano che nei giorni feriali quasi un milione di utenti attraversano la città con le linee A B e C, con lo stesso calcolo delle linee guida del Viminale per lo stadio, dovremmo aver dislocato nelle stazioni per la verifica dell’ordinario funzionamento ben 4000 addetti, la metà di tutti i dipendenti dell’Atac.

Ma poi che fine ha fatto la lotta alla violenza fuori dallo stadio se il controllo futurista avverrà dalla prima partita del 20 agosto davanti all’ultimo tornello?

Grandi manovre per la verità sono attese anche fuori, occorre dare atto che la fantasia agli operatori della sicurezza non manca: saranno infatti allestite in via sperimentale (tutto è sperimentale quando si tratta di calcio) due aree di parcheggio e sapete dove? A Piazzale Clodio e a Viale della XVII Olimpiade che, “Google maps” alla mano distano a piedi tutte e due come le avessero scelte con un compasso 2 km e 400 metri dall’obelisco con la scritta “DVX” dove c’è il primo controllo. Non sono previste chiaramente navette figuriamoci, ma un non meglio precisato “servizio di steward per gestire il flusso”. Ma quello che potrebbe esser davvero il punto di svolta per la sicurezza dell’area è anche un “potenziamento del contrasto al parcheggio abusivo” promesso ogni anno dal 1983 e mai attuato finora con efficacia.

Eppure, anche difronte a tanta capacità qualche domanda ci sarebbe piaciuto farla al Prefetto D’Angelo, rischiando magari di passare per giornalisti capziosi e sempre poco propensi a guardare la luna invece che il dito:

  • Perché questi sistemi di controllo sono presenti soltanto all’Olimpico? Altri stadi sono più sicuri dottor D’Angelo? È mai stato in curva a Napoli, a Milano o a Bergamo?
  • Possibile che quando si parla di soluzioni per la sicurezza le due società: la Roma e la Lazio non vengono mai coinvolte nelle decisioni, ma le possono soltanto subire, salvo poi multarle salatamente quando qualcuno dei loro supporter combina qualche guaio anche a 5 chilometri dalla curva?
  • Ma davvero è azione adatta alla sicurezza far camminare per due chilometri e mezzo la gente a piedi verso lo stadio? Chi si è già abbonato magari con bambini o persone anziane ma senza contrassegno disabile scopre ora che parcheggerà così lontano. Perché non prevedere come accade per esempio per i concerti o i grandi eventi religiosi una rimodulazione del traffico ad hoc cosi da consentire il parcheggio nelle zone limitrofe come si è sempre fatto del resto?

Domande sicuramente inutili, l’Osservatorio e la Prefettura hanno scelto e per il meglio siamo certi. Un ultimo dubbio però percorre il cronista: ci si potrà considerare ad un livello di sicurezza alto soltanto quando lo stadio Olimpico sarà svuotato completamente dagli esausti spettatori che rimarranno a casa davanti a veder la partita davanti alla loro Smart-TV 55 pollici?

Perché se quello è l’obiettivo, ci siamo quasi, signor Prefetto. La strada è quella. Come scriveva Agatha Christie: “E poi non ne rimase nessuno”.

Mauro Valentini




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Presentazione del libro “Io e il mio fratellastro”

Il 29 luglio, ore 16:30 alla Biblioteca Comunale la giovanissima Martina Massa presenta il suo romanzo, intreccio di passioni, amori e dolori tutto descritto con gli occhi della speranza

Non fa sconti Martina Massa. Seppur così giovane ha voluto raccontare una storia difficile ed anche piena di vita. Di vita vera, di quella fatta di dolori, di accettazione del destino ma anche e soprattutto quella di quei giovani adolescenti come lei che a quel destino vanno incontro con fierezza perché hanno un’arma letale contro le avversità: hanno l’amore.

Se definissimo però “Io e il mio fratellastro” (m@rp edizioni) un semplice romanzo d’amore faremmo un torto all’opera in primis ed anche a Martina. Perché tutto quello che accade alla protagonista della storia (che non a caso si chiama come l’autrice) è un turbine di eventi e di sconvolgimenti che lei cerca di mettere in fila e di metabolizzare proprio con la sua imperturbabile instancabile e sfacciata voglia di amare. Piccole gioie, grandi drammi e miracolosi eventi si rincorrono in un susseguirsi di personaggi e di situazioni dove l’America, luogo dove è ambientato il racconto, appare soltanto come tavola di palcoscenico, tanto poco conta per Martina Massa il “dove” rispetto al “come” e al “cosa” raccontare.

Un libro giovane ma non solo destinato ai coetanei dell’autrice che appare nel suo stile sobrio e tagliente già predestinata alla narrazione, un libro che la stessa autrice con l’affettuoso patrocinio della Biblioteca Ugo Tognazzi di Largo Catone descriverà venerdì 29 luglio alle 16:30 proprio nella sala incontri, che speriamo sia luogo felice per far scoccar la scintilla tanto attesa di una nuova vivacità letteraria, che Pomezia spesso nasconde sotto la cenere ma che è ricca di germogli e di fiori limpidi come sono i sorrisi, le parole e le pagine di Martina Mazza.

“Io e il mio fratellastro – Martina Massa – m@rp edizioni”

Mauro Valentini




Comunicazione importante in riferimento alla giornata di Prevenzione che si svolgerà a Pomezia

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L’associazione APAIM con la collaborazione dei dermatologi dell’istituto San Gallicano di Roma, insieme alla Croce Rossa Italiana di Pomezia, comunicano quanto segue: Nel mese di novembre, prima settimana (da concordare il giorno esatto), si svolgerà lo screening gratuito controllo dei nei. Per le prenotazioni basterà inviare un messaggio privato sulla pagina dell’associazione Apaim disponibile dalla prossima settimana (seguirà link nei prossimi giorni) e in breve tempo vi verrà assegnato l’orario della visita (le prenotazioni saranno aperte la prossima settimana). Seguirà un comunicato stampa da parte del comune dove verrà specificato il luogo e tutte le altre informazioni. Certi della Vostra Attenzione. Apaim Associazione Pazienti Italia con Melanoma. 25/07/2016




Partenze…consapevoli!

Con la vacanza vi è un passaggio dal principio di realtà al principio del piacere: permette la caduta delle inibizioni, favorisce la trasgressione e la passività.

Per alcune personalità più rigide, iperattive o ossessive nella quotidianità, si arriva anche a parlare di nevrosi da vacanza!

Appagati i bisogni primari, si vanno a ricercare quelli più evoluti, che mirano all’autorealizzazione ed al miglioramento di qualità di vita.

Al di là del bisogno di riposo e di svago legato al viaggio di piacere, ci sono motivazioni più profonde che ci spingono a ricercare vacanze diverse.

Ogni comportamento umano dipende da più motivazioni e questo vale anche per la scelta della vacanza. Tra le varie aree motivazionali possiamo prenderne in considerazione almeno quattro. La prima si rifà al concetto di evasione, inteso come momento di allontanamento dalla quotidianità, dalle abitudine, dalla routine. Il ritorno, in questo caso, è sempre legato ad una sorta di lutto, così si ricerca il paradiso perduto tramite guide, foto, souvenir…

La seconda area motivazionale si collega al concetto di festa. Quest’ultima, come la vacanza, ha tratti caratteristici. La periodicità, comportamenti diversi, inversione di ruoli, consumo del superfluo. Rientra nella dimensione dell’edonismo, manifestata nella spensieratezza, deresponsabilizzazione, nella fuga dai formalismi (abbigliamento, caduta delle barriere sociali…).

L’esplorazione è la terza area, connessa alla scoperta di nuove cose. Alcune persone puntano alla componente culturale, altre a quella naturalistica.

L’ultima motivazione è collegata al rinnovamento dell’Io, ad una rigenerazione che punta ad una ricerca interiore, alla possibilità di trovare o ri-trovare se stessi, uno spazio di libertà dove dedicarsi ai propri interessi.

Si può privilegiare l’area delle relazioni (fare nuove amicizie o migliorare le relazioni familiari) o al contrario, si può desiderare una centratura in sé stessi (lettura, meditazione, solitudine)

Inoltre l’eccezionalità della situazione vacanza incide sulle funzioni psicologiche.

Il tempo è lento nei primi giorni ed accelera con l’avvicinarsi della partenza; la distanza sembra sempre più lunga all’andata e quanto più la località è lontana, tanto più si fantastica in positivo.

Altre modificazioni riguardano l’insorgenza frequente di disturbi psicosomatici, in particolar modo nei primissimi giorni: questo succede per lo più alle personalità rigide, iperattive o ossessive.

Paradossalmente la mancanza di programmazione e la disponibilità di tempo determinano quella che viene definita la “sindrome della domenica”.

 

Gli amanti del mare puntano al divertimento, al caldo, al riposo, al senso di libertà e si definiscono allegri, estroversi, socievoli, pigri, superficiali. Al contrario gli amanti della montagna si connotano come tranquilli, riflessivi, solitari, introversi e vedono nella vacanza in montagna la rigenerazione, il contatto con il genuino, la tranquillità, l’impegno fisico.

 

Buone vacanze a tutti e sopra tutto …..buona scelta!

 

D.ssa Manuela Nicotra

3929152278

nicotramanuela@interfree.it




La morte corre sul treno

La stazione di Casabianca

La stazione di Casabianca

l'incidente del 27 gennaio 1992 a Casabianca

l’incidente del 27 gennaio 1992 a Casabianca

Il pericolo del binario unico e quell’incidente sulla Roma-Velletri del 1992

Tutta Italia si è ridestata dal torpore e dalla rassegnazione che dal dopoguerra ormai ha nei confronti della rete ferroviaria regionale. Quelle immagini che arrivano da Corato hanno colpito l’opinione pubblica che si è interrogata sull’incredibile (ri)scoperta del binario unico. Come è possibile che si viaggi con il solo controllo telefonico e con un solo binario nel 2016? Come si è potuto creare negli anni una discrepanza così evidente tra le “Frecce” e gli “Italo” che corrono tra le nostre grandi città e la rete ferroviaria semplice che percorre lunghi tratti del paese a binario unico, quasi fossero tratte di servizio e non percorsi strapieni di pendolari.

Escono allora di colpo fuori dati allarmanti sulla situazione delle ferrovie del sud Italia, dati che sono tutti facilmente reperibili su Wikipedia, dati noti a tutti da anni, a cui nessuno ha mai fatto caso. Si, c’era un progetto, sembra finanziato già con i soldi della Comunità Europea, ma neanche aver avuto i soldi pronti ha fatto iniziare i lavori di raddoppio di quella linea assassina. Burocrazia ed espropri, male impossibile da superare per un paese che tra ricorsi al Tar e pressioni del potente di turno per bloccare lavori di pubblica utilità conosce da sempre un atavico immobilismo (infra)strutturale.

Ma come è la situazione nel Lazio? Mica ci saranno intorno alla Capitale ancora situazioni di questo tipo?

Noi di Pomezianews una piccola ricerca, “sorvolando” con Google Map e consultando i dati ufficiali delle Ferrovie l’abbiamo fatta e i risultati occorre dirlo subito sono sconfortanti in termini di sicurezza. Linee a binario unico ce ne sono ancora tante: la Roma – Viterbo per esempio che da Cesano fino al capoluogo della Tuscia corre a senso unico alternato, così come, molto più prossime al Pontino, la Roma – Velletri, la Roma – Frascati e la Roma – Albano. Tutte queste ultime tre hanno il doppio binario solo da Termini a Ciampino, poi, tutto affidato all’alternanza del percorso.

E la sicurezza? Le linee ora nel Lazio sono controllate da sistemi automatici che, bloccano i treni quando si incrociano nelle tratte a binario unico nelle stazioni di transito, fino al passaggio del treno che percorre la linea opposta. Controllo affidato a sistemi di sicurezza internazionali. Il Sistema di Controllo della Marcia Treno (in sigla SCMT) è un sistema di verifica che ha il compito di mantenere sotto vigilanza elettronica il comportamento del personale di macchina, parametrando e verificando le velocità e i rallentamenti per evitare gli incroci e gli scontri. Sistema che è stato completato qui nella nostra regione dopo l’incidente del 27 gennaio del 1992. Prima di quel terribile schianto della stazione di Casabianca, alle porte di Ciampino, tutto era regolato, anche qui come nella linea di Corato in Puglia, con il controllo telefonico. Il Capostazione avvisa l’altro della stazione prossima che il treno è partito, l’altro allora ferma il suo in transito e aspetta. Incredibile ma vero, è così in quel tratto (e non solo) della Puglia, quello dei 27 morti di ieri. Incredibile ma era così anche qui, fino a quel maledetto 27 gennaio 1992. Fino a quello schianto.

Erano le 17:45, faceva freddo ma la visibilità era perfetta, non fu infatti un problema di visibilità ma un semplice e terribile ritardo di comunicazione. Errore umano si dice. Da Ciampino il capostazione diede precedenza al treno diretto a Velletri, che era in ritardo, non verificando che l’opposto diretto a Roma Termini non era ancora arrivato in stazione. Ci si rese subito conto del pericolo, si provò a chiamare il capostazione di Casabianca ma inutilmente. Lo schianto fu terribile, i morti furono 6, tra macchinisti e pendolari dell’Hinterland romano e pontino. Gente che viaggiava per lavoro. Per andare al lavoro soprattutto.

Dopo quell’incidente, solo dopo quelle morti così vicine, a 15 km da Pomezia e a 15 da Roma, il sistema di controllo telefonico fu abbandonato. Allora in un baleno arrivò il sistema SCMT. C’è da giurarlo, arriverà anche a Corato di Bari. Anche li dopo i morti. Sempre dopo.

Mauro Valentini




LE RELAZIONI DI INTIMITA’

Non c’è niente di più ambiguo del termine intimità. Per alcune persone indica la condivisione delle piccole cose, la quotidianità, per altri, l’intimità è un privilegio riservato a pochi, per altri ancora è qualcosa da cui fuggire.

Con il termine INTIMITA’ si connotano tutti quei sentimenti che fanno riferimento alla vicinanza, al vincolo e alla connessione. L’intimità coincide di solito con l’autorivelazione: per essere intimi con un’altra persona bisogna aprirsi totalmente all’altro abbattendo le proprie difese…voler raccontare alcune cose solo a quella persona. La capacità di autorivelarsi non è semplice, in quanto implica la capacità di sapersi affidare all’altro e di saper tollerare anche le delusioni. E’ proprio per questo che l’intimità è la componente che si sviluppa più lentamente e che può anche regredire se minacciata.

E’ presente già dai primi due anni di vita, coltivata dall’intima relazione esistente tra madre e figlio; in particolare sembrerebbe che la comunicazione tra questi due nel periodo prenatale aiuterebbe l’instaurarsi di una capacità intima.

Bambini, la cui madre parla già dai primi mesi di gravidanza, con il piccolo nel suo grembo, modulando la voce con un tono e ritmo accogliente, sviluppano in seguito una buono capacità di entrare in contatto intimo. Per raggiungere un buon livello di intimità è opportuno che l’individuo abbia strutturato un processo di individuazione adeguato. Alcune volte la voglia di condividere nasce dal bisogno e non dal desiderio. Il primo ha carattere elastico, può essere modulato e differito; è selettivo, si rivolge a certe situazioni o persone e non ad altre.

Utilizzando una metafora possiamo dire che il desiderio è l’appetito e il bisogno è la fame. Il bisogno è l’istinto biologico nel mondo dell’intimità affettiva e rischia in di accelerare lo scambio e di sopraffare la realtà dell’altro. In realtà la relazione di intimità si dovrebbe realizzare nel mondo del desiderio, non in quello del bisogno.

C’è chi ha bisogno del contatto e si sente esistere solo in presenza dell’altro o attraverso l’altro, perché ha paura di star solo.

Un’esperienze intima si gioca su un solo terreno e può essere limitata nel tempo. In questo caso la ricerca e il soddisfacimento del bisogno è collegato alla propria pulsione e non all’altro, l’altro è solo lo stimolo spesso passeggero. Diverse sono le relazioni intime: lo scambio avviene su terreni diversi e si realizza nella durata. In questo caso il rapporto è basato sull’empatia, implica una relazione verbale più articolata e personalizzata.

Sono stati individuati cinque tipi di intimità:

AFFETTIVA: la possibilità di far entrare l’altro nel nostro spazio di vita, consapevoli della differenza e capaci di reggere le eventuali delusioni (amore, amicizia)

SPIRITUALE: es. la fede, la meditazione,….

CORPOREA: il contatto fisico, la vicinanza, la posizione nello spazio

INTELLETTUALE: es. lettura di un libro, contemplazione di un quadro, l’ascolto di un brano musicale….

SESSUALE: la passione, il sesso e la fusione di due corpi.

A seconda della nostra storia personale si può temere dell’intimità.

Alcune delle paure piu frequenti sono:

paura della fusione- l’intimità presuppone un indebolimento seppur periodico dei confini del Sé, ed il rischio è di fondersi nell’altro. Le persone poco sicure vivono questo fenomeno come una situazione pericolosa, a volte addirittura angosciante.

paura di essere scoperti- nell’intimità con l’altro si abbandona la corazza che protegge il nostro nucleo più intimo, sede della vergogna e del pudore; quanto più l’intimità è condivisa, tanto più l’altro ha libero accesso ai nostri c segreti. La tolleranza e una grande stima di sé portano a vivere questo “spogliarsi” come un’opportunità e non come una minaccia. Alcuni pensano di dover nascondere le parti di sé che ritengono inconfessabili, vivendo inevitabilmente l’intimità come un rischio personale.

paura di lasciarsi andare- quando ci si dedica ad una relazione intima appagante si vorrebbe che essa non avesse più limiti. Un’eventuale separazione equivarrebbe ad un vero e proprio lutto. La paura dell’abbandono e della delusione impedisce di vivere a pieno la relazione di intimità.

 

D.ssa Manuela Nicotra

3929152278

nicotramanuela@interfree.it




Alice attraverso lo specchio

locandina del film

 

Ogni qual volta si nomini Alice nel Paese delle Meraviglie…

…in ognuno di noi scatta un’immagine ben precisa. Chi lo fa con il romanzo originale di Lewis Carroll, chi con il cartone animato della Disney, o chi con l’ultima trasposizione cinematografica diretta da Tim Burton. Ora, sei anni dopo il successo al botteghino del film, arriva al cinema il seguito, Alice attraverso lo specchio. Ritroviamo quindi una Alice (Mia Wasikowska) capitana della Wonder e intenta a navigare in mezzo ai mari, arrivando fino in Cina. Una volta rientrata a Londra, però, scopre che il suo ex fidanzato Hamish Ascot (Leo Bill) ha preso in mano la compagnia del defunto padre, ma prima di trovare una soluzione, segue una farfalla, che riconosce nel Brucaliffo, e si ritrova nuovamente nel Sottomondo. Qui viene accolta dalla Regina Bianca (Anne Hathaway) e dalle altre creature, ma ben presto scopre che il Cappellaio (Johnny Depp) ha perso la sua Moltezza. Per aiutarlo Alice dovrà tornare indietro nel tempo e salvare la sua famiglia.

Alice attraverso lo specchio si affida alla regia di James Bobin, dopo che Tim Burton si è riservato il “solo” compito di produttore. Basato sull’omonimo seguito scritto da Carroll, il film ricrea le stesse atmosfere del precedente, sia per affinità stilistica sia per volontà della stessa Disney di dar una continuazione evidente e rimarcata. A partire dal cast, quindi, ritroviamo tutti i protagonisti, da Mia Wasikowska a Johnny Depp, da Anne Hathaway a Helena Bonham Carter, a cui si aggiunge il nuovo entrato Sacha Baron Cohen. Ed è proprio lui, impersonando il tempo, a dettare il ritmo del film. Tutto ruota, infatti, tra passato, presente e futuro, evidenziando quanto importante sia il corso degli avvenimenti, anche nel paese delle meraviglie, e quanto stravolgerlo possa essere pericoloso. Come la tradizione vuole, però, non mancano le creature inventate dall’immaginazione di Carroll, e neanche la stravagante Regina di cuori, ma questa volta il risultato finale è condizionato da una sceneggiatura debole che ne influenza tutto il film. Peccato, perché indubbiamente c’erano i presupposti, quantomeno, per ripetere l’opera precedente. Sta di fatto, però, che Alice attraverso lo specchio si perde nel suo stesso Sottomondo e nulla possono neanche Mia Wasikoska e Johnny Depp: a quest’ultimo non è perfino concessa la sua amata “deliranza”.

Martina Farci