A turno colpisce un po’ tutti: manager, attrici, casalinghe, giovani e impiegati ed è una discriminazione legata all’età. Anche se ci sono pochi studi e ricerche sull’argomento, l’ageismo è un tabù che porta ai lati della vita professionale, fa sentire invisibile, e che colpisce soprattutto le donne over 50. Il termine è stato coniato dal gerontologo e psichiatra americano Robert Neil Butler, vincitore del Premio Pulitzer e primo direttore del National Institute on Aging, per indicare l’atteggiamento di discriminazione e pregiudizio nei confronti di un individuo o di un gruppo sulla base dell’età diffuso in Occidente. Originariamente, dunque, il termine implicava un pregiudizio non solo nei confronti di chi è vecchio, ma di chiunque appartenga a un determinato gruppo di età, solo per il fatto di appartenervi: per esempio i più giovani possono diffidare degli oltre trentenni e quest’ultimi diffidare di loro. Per Butler il fenomeno non è un processo statico, ma in continuo cambiamento, mentre le altre forme di categorizzazione usate tradizionalmente dalla società, quali il genere o l’etnia di appartenenza, rimangono costanti. Oggi, però, si usa come pregiudizio nei confronti di chi è vecchio e ne sono esempio: la maggiore vittimizzazione degli anziani; il fatto che ricevano meno attenzioni e cure e di minore qualità in caso di incidenti o malattie (‘tanto sono vecchi’); meno risorse stanziate per la ricerca geriatrica; l’attribuzione di significati morali negativi a chi intende continuare la propria vita sessuale; la tendenza a non rivelare la propria età da vecchi perché essere vecchi è visto come descrizione di sé sgradita. Il fenomeno non ha risparmiato neanche la première dame di Francia, Brigitte Macron a cui Donald Trump avrebbe fatto i complimenti riguardo a quanto fosse in forma ‘nonostante l’età’. “L’ageismo fa riferimento all’esperienza soggettiva implicita nella concezione popolare del divario generazionale” sostiene Butler. “È un disagio radicato da parte dei giovani e delle persone di mezza età: una avversione personale e un disgusto per la vecchiaia, la malattia, la disabilità, e un timore di sentirsi impotenti e ‘inutili’, vicini alla morte”.
Un recente video dedicato alle cinquantenni del portale www.victoria50.it fa una foto ironica agli stereotipi sull’età. A ventenni e trentenni viene chiesto chi sono per loro le persone anziane e il quadro che ne esce è di anziani tra i 55 e i 70 anni che non si curano nel fisico, giocano a bocce e vanno in crociera. A distanza di 50 anni dall’introduzione del termine, di ageismo si continua a parlare poco come se le società non tendessero a invecchiare più e, non a caso, se ne parla quando i baby boomers si stanno affacciando alla terza età, dopo aver vissuto una vita incentrata sul mito della giovinezza, e ad una certa refrattarietà a lasciare spazio ai giovani, assieme all’impreparazione della società ad affrontare un futuro in cui ci saranno molti over 65. Ma l’ageismo può cominciare molto presto, come nella Silicon Valley (California, Usa) dove, da centro dell’innovazione, si sta rivelando una realtà opprimente per i manager over 50 che, per negare l’invecchiamento e per mimetizzarsi con i nativi digitali, girano in infradito, felpa e gonfi di botox.
Il progetto europeo ‘Elderly Stereotypes’ ha incluso l’analisi dei dati rappresentativi del modulo European Social Survey (Ess) ‘Atteggiamenti di età ed esperienze di ageismo’ (56.752 persone provenienti da 29 Paesi), dove si mostra come il contesto sociale si combini con variabili a livello individuale per spiegare atteggiamenti che discriminano gli anziani e le esperienze di ageismo. Alcuni dati testimoniano percezioni più positive degli anziani nei Paesi più moderni in cui si registra anche un più alto tasso di occupazione di questa fascia di popolazione. Un fattore importante nel modo in cui gli altri vedono gli anziani riguarda la salute di quest’ultimi e le percezioni che hanno della loro età. I ricercatori hanno poi fatto il focus sulle differenze culturali legate al fenomeno dell’ageismo. Rispetto al razzismo e al sessismo, l’ageismo è ancora relativamente ‘tollerato’ e poi le persone anziane sono spesso ritenute responsabili dell’aumento dei costi della sanità anche se, nel nostro come in altre nazioni europee, i tagli drastici al Welfare State, in specie alla sanità pubblica, incrementano la discriminazione delle persone anziane, condizione denunciata in Europa soprattutto dai medici. Chi ha pregiudizi nei loro confronti, perché testimoniano la decadenza fisica e l’ineluttabilità della morte, contribuisce a condannare se stesso ad appartenere a una futura categoria svalorizzata, in una cultura che esalta la produttività, le performance e l’aspetto esteriore. Tutta la società deve combattere questo stereotipo dell’ageismo perché minaccia tutti e soprattutto non permette di invecchiare in modo sereno e attivo.